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Vuoi fare lo scrittore? Paga!

 

Alla Stazione Leopolda di Firenze, dal 26 al 28 ottobre 2012, la “Acciari Consulting” una società specializzata in marketing della comunicazione e gestione degli eventi culturali e sportivi, avrebbe dovuto organizzare il Festival dell’Inedito. Si è letto nel lancio dell’iniziativa:

Ogni anno, in Italia, vengono realizzati, con passione, più di 100mila nuovi manoscritti, sceneggiature, format, da persone spesso alla prima esperienza. Un vero e proprio patrimonio di cultura letteraria italiana. Solo una minima parte di questa enorme ricchezza ha accesso al mercato editoriale.

Il pubblico di esordienti al quale si rivolgeva il festival sarebbe rappresentato da una quantità non facilmente misurabile (“100 mila” manoscritti, tra i quali sarebbero compresi anche “format” non riconducibili alla scrittura letteraria). Tale quantità viene definita come una “ricchezza” (che deriverebbe dalla “creatività personale”):

Il Festival dell’Inedito nasce per colmare questa mancanza, per far emergere tutte le persone che amano scrivere, dai manoscritti, alle sceneggiature, ai format, alle poesie, non ancora editi sul mercato nazionale o internazionale, per fargli incontrare pubblico, esperti, editori, per offrirgli visibilità pubblica e accesso al mercato.

Esisterebbe dunque un patrimonio “fuori” dal mercato, prodotto dal desiderio di scriventi “non professionali” di entrare sul mercato. L’idea del festival (che è poi la stessa dei corsi di “scrittura creativa” a pagamento, dei master delle scuole di giornalismo e di tutti quelli “professionalizzanti”) è di rendere visibile il “talento”, metterlo a valore, offrendo servizi a coloro che intendono fare il salto da consumatori di scritture a produttori di scrittura:

avere un proprio spazio espositivo alla stazione Leopolda per i tre giorni dell’evento.
avere la preview della propria opera sul sito di Excalibooks
essere pubblicato, ed eventualmente venduto, online per un anno intero sul sito di excalibooks
partecipare al contest per avere un contratto di pubblicazione con una importante casa editrice italiana. Che qualche riga sotto diventa: Iscrizione di diritto al contest per aggiudicarsi la Menzione d’Onore da parte del Comitato dei Garanti e l’eventuale pubblicazione dell’opera da parte di una importante casa editrice italiana.

L’evento-festival avrebbe voluto esporre il talento individuale al miglior offerente, come accade in tutte le fiere o esposizioni, garantendo la fornitura di questi servizi a pagamento. Tutto compreso, l’aspirante scrittore dovrà versare 631,3 euro (tra prescrizione di 130,3 euro e iscrizione da 400 euro) per essere letto, osservato e valutato dal pubblico ma – soprattutto – dagli editori (si parla de Le Lettere, Mondadori, Rcs, oltre che dalla biblioteca online più diffusa al momento: Excalibooks).

Questa cifra avrebbe dovuto ricompensare il lavoro di un comitato di lettori presieduto dallo scrittore Antonio Scurati e coordinato da Alberto Acciari. C’erano anche Carlo D’Amicis, Paola Pascolini, Chiara Valerio, Giuseppe Antonelli, Linda Ferria i quali dovevano coordinare l’operato di Gruppi di Lettura a cui è affidato il primo esame delle opere. Nel comitato dei garanti c’è il sindaco di Firenze Renzi, Gaetano Blandini, il Direttore Generale della SIAE, che assegneranno la Menzione d’Onore.

Il festival letterario avrebbe dovuto permettere l’incontro tra l’enorme dell’offerta di manoscritti, vera o presunta, e il mercato che pubblica comunque migliaia di opere letterarie ogni anno, ma il cui accesso resta pur sempre ristretto. A ben vedere, l’idea è solo in parte paragonabile alla fiera campionaria, o all’esposizione universale. In questo caso ciò che viene esposto è una merce potenziale, un puro desiderio, un valore determinato dall’aspirazione di essere “scrittore” o “autore” di una forma individuale apprezzata (cioè che ha un prezzo e un valore di scambio). Il “produttore” non è ancora un “professionista”, non espone un oggetto immediatamente riconoscibile e “originale”, ma la sua persona, il suo “talento”, una ricchezza astratta che deve ancora ricevere il battesimo dell’autorialità, l’unico modo per essere riconosciuti in una società di anonimi e di aspiranti-ad-un-certo-non-so-che.

Perché pagare per avere una mezz’ora di tempo con un editore e proporgli il manoscritto? Perché i professionisti del settore non hanno tempo per dare un valore alla proposta. Basta però ricompensarlo con la speranza che, un giorno, il tempo altrui acquistato a poco prezzo rientri in un prodotto riconosciuto dal mercato con una remunerazione maggiore. Quello che si mette in vetrina non è nemmeno un “valore”, ma l’auspicio che in futuro esso assuma un “valore”.

E’ questa la forza politica di chi organizza i festival, ma anche di chi detiene il potere di permettere l’accesso al mercato editoriale, alla carriera universitaria, al giornalismo e a tutti gli ambiti dove si esercita professionalmente il lavoro della conoscenza, scientifico o artistico. Più in generale, quella che si acquista è la possibilità di entrare a far parte di un patto sociale sempre più ristretto, nella società dove si scambia l’identità professionale con il senso di una vita personale.

Questa forza politica detiene un’altra prerogativa: l’esercizio di una generosità sul quale il marketing dell’evento culturale sembra avere il monopolio. Questo ottimismo rispetto alle potenzialità dell’umano, e dei suoi talenti, nasconde il pessimismo rispetto alla natura umana e le sue potenzialità performative. Per la maggioranza degli scriventi (e non “esordienti”, dizione fuorviante perché presuppone che il manoscritto sia già stato pubblicato) gli editori vivono in una torre d’avorio irraggiungibile. Se invii per posta il tuo componimento non lo leggeranno mai. Se poi lo leggono lo scartano, perché – si sa – in Italia funziona tutto per raccomandazione.

La triade del vittimismo dello scrivente si chiude su un sospetto micidiale: quello di non avere il “talento” necessario per “sfondare”. Ed è su questo sospetto che interviene il dispositivo del marketing culturale, con la carica positiva e la sua disponibilità apparentemente infinita all’inclusione. Una carica già all’opera in maniera instancabile nelle scuole di giornalismo, nei dottorati di ricerca all’università, nei master professionalizzanti post-laurea. In generale, lì dove la domanda e l’offerta di lavoro intellettuale non sembrano incontrarsi mai e si cercano strumenti a pagamento per favorire la “libera offerta”.

L’aspirante scrittore, artista, giornalista, studioso o scienziato paghino allora per essere ascoltati, pubblicati, insomma per dire di essere qualcosa, o qualcuno, in un ambiente ostile che fa tutto il possibile per dimostrare la non utilità dell’esistenza della singolarità di una persona, quella che gli organizzatori della convention fiorentina definiscono “creatività letteraria, originalità e passione per lo scrivere”.

Tutto dunque si gioca sull’economia del desiderio. Per questo il marketing culturale riassume una doppia funzione: quella di agenzia letteraria (che legge i manoscritti e presenta i migliori agli editori per discuterne la pubblicazione e creare un “autore”) e quella di promozione di un evento “culturale” e di comunicazione istituzionale. Le partnership dell’evento erano significative: la Siae, la Federazione Unitaria degli scrittori e Radio Tre.

E’senz’altro interessante vedere come la filiera costruita per dare vita a questo festival abbia contemplato una codificazione del desiderio di tipo legale. Il desiderio è stato così catturato dall’apparato giuridico del diritto d’autore. Il valore, anche se meramente potenziale, è sempre proprietà di chi lo detiene, della persona fisica dello scrivente, che deve custodirlo gelosamente, ricorrendo alla Siae:

Ai fini della protezione dei diritti di proprietà intellettuale l’Organizzazione del Festival consiglia la registrazione delle opere presso enti o associazioni di tutela. La scelta è lasciata all’iniziativa del partecipante. L’Organizzazione, nel caso non si fosse già provveduto,raccomanda il deposito presso la SIAE che mette a disposizione una linea telefonica dedicata agli inediti del Festival presso la quale i partecipanti potranno riferirsi per chiedere informazioni e assistenza solo ed esclusivamente per quanto riguarda il deposito dell’opera. Il Numero è lo 06/59903387.

Affittare uno spazio espositivo, incontrare un editore o procurarsi un agente, pagare per permettere agli altri di osservare l’aspetto migliore della propria vita, cioè la sua potenzialità legata al “valore del pensiero”. Nella vita “normale” è difficile apparire meglio di ciò che si è nella realtà ed è comprensibile che la speranza di essere diversi venga affidata alla scrittura. Solo che la “scrittura” in questo caso non sembra pesare quanto il desiderio di valorizzare il proprio sè, sollevandosi da una quotidianeità devastante.

Ciò che il festival dell’Inedito sollecita è lo sfogo di questo sentimento ante-predicativo, valido a prescindere dalla sua effettiva posizione sul mercato, da ogni valutazione e, soprattutto, dalla sua espressione materiale, artistica, personale. Ciò che qui conta è l’individuo sovrano, non la sua riflessione critica sull’editoria, per non parlare dell’arte. Questa è la base del consenso che stimola la competizione silenziosa tra tutti coloro che credono nel proprio valore (etica della convinzione), ma che non hanno la possibilità di dimostrarlo a causa del mercato, delle restrizioni in cui versano ad esempio le istituzioni come l’università.

Il marketing culturale diventa impresa politica quando garantisce alla massa degli aspiranti la possibilità democratica – previo pagamento – di accedere alla competizione che sarà vinta dai migliori talenti letti da professionisti, scelti dal mercato e pubblicati da editori di vaglia. Nessun dubbio sulla realtà di questa prospettiva, anche perché un altro partner dell’iniziativa è uno degli inserti culturali più prestigiosi tra i quotidiani italiani: Tutto Libri della Stampa.

Nelle parole dello scrittore Antonio Scurati le asperità dell’etica della convinzione vengono ammorbidite dalla democraticità del “dialogo”:

La cosa straordinaria del Festival dell’Inedito non è solo che noi dell’organizzazione ci si impegni a leggere, considerare, valutare tutte le centinaia (migliaia?) di manoscritti che ci giungeranno da tutta Italia…ma anche che le centinaia di scrittori “sommersi”, che a ottobre verranno di persona a Firenze, si forniranno ascolto reciprocamente, divenendo l’uno il pubblico dell’altro.

E ancora:

È la realizzazione di un ideale virtuoso di comunicazione letteraria orizzontale, libera, democratica e aperta a tutti. Si prospetta così un orizzonte futuro in cui la linea di separazione tra chi scrive e chi legge non sia più un confine invalicabile, presidiato e spesso sbarrato dal sistema della produzione culturale industriale e della comunicazione commerciale, ma una frontiera aperta, facilmente transitabile in un senso e nell’altro”.

Questo è uno degli aspetti del marketing culturale come impresa politica: apertura, orizzontalità, democrazia e accesso diretto agli intermediari dell’industria culturale (editor, scrittori affermati, professionisti della comunicazione) che permettono l’accesso alle risorse del riconoscimento professionale e sociale. Tutto quello che le istituzioni pubbliche, e gli stessi editori (la “produzione culturale industriale e comunicazione commerciale”), non possono garantire, nella maggioranza dei casi.

Il festival dell’inedito è stato sospeso, anche grazie ad una campagna particolarmente riuscita, lanciata da un gruppo di scrittori con una lettera aperta, che ha spinto Radio tre a ritirare il patrocinio e alcuni scrittori presenti nel comitato a ripensare la partecipazione.

Roberto Ciccarelli

 







 
 

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