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#Quintostato: una coalizione di intelligenze furiose e operose

 

Luisa Capelli

Molti ci chiamano precari, qualcuno atipici, altri ancora snocciolano le forme contrattuali che regolano i nostri rapporti di lavoro (partite iva, cocopro, interinali, borse di ricerca…). Siamo tutto questo e molto di più: lavoratrici e lavoratori iperqualificati, impegnati nelle pubbliche amministrazioni e nelle imprese private e cooperative, nei servizi alla persona e nella filiera dell’informazione, nelle arti e nell’istruzione. Siamo generazioni e condizioni diverse, a volte intercambiabili: ventenni alla ricerca del primo impiego, trentenni freelancer, professionisti cinquantenni, quarantenni disoccupati.

Ogni giorno, con i nostri lavori, produciamo un valore necessario e sempre meno riconosciuto, perché spesso intangibile: conoscenze, relazioni, saperi e pratiche essenziali al benessere sociale, come lo sono l’assistenza agli anziani o la scuola per i bambini, un’informazione priva di condizionamenti o la libera espressione delle arti e delle idee.

I nostri corpi in corsa permanente e i frutti disseminati delle nostre intelligenze sono la testimonianza dei cambiamenti avvenuti nelle forme del lavoro, non più unificate nel “posto fisso”, ma variabili e intermittenti, intrecciate e sovrapposte ai tempi della vita. Artigiani del secondo millennio, le nostre botteghe sono spesso le nostre case o i nostri computer e le competenze che abbiamo acquisito, nel corso di lunghi percorsi di studio, apprendistato ed esperienze sono beni comuni che ci si ostina a non vedere e legittimare, a partire dai dispositivi contenuti nelle famigerate riforme del lavoro succedutesi nel corso degli ultimi decenni. Come il ddl Fornero in via di approvazione, che considera i nostri diritti “per sottrazione”, privandoci della speranza di una pensione e perseverando nell’assenza di tutele per le nostre maternità e malattie, imponendoci però doveri anche più onerosi di quelli previsti per i lavoratori dipendenti, portando al 33% l’aliquota previdenziale per le partite Iva.

L’opposizione al ddl è necessaria e urgente ma è solo un passo; perciò il 5 maggio abbiamo messo insieme le nostre differenze e iniziato a costruire un percorso comune, riappropriandoci della tensione e della passione necessarie a immaginare il futuro, come abbiamo scritto nell’appello cui hanno aderito oltre cento associazioni, gruppi e movimenti e sottoscritto da più di mille persone. Abbiamo dato avvio a un “Laboratorio permanente e diffuso del Quinto Stato”, attraverso cui connettere e condividere esperienze e pratiche, iniziando da queste:

processi di co-working, come nel caso dei “cantieri che vogliamo” di Palermo, dove i cowork nascono con l’obiettivo di creare comunità di lavoratori non vincolate al profitto, ma basate sulla condivisione del lavoro, sull’impegno sociale e la cittadinanza attiva;

percorsi di informazione e auto-formazione sul nuovo mutualismo e le pratiche alternative in materia previdenziale e fiscale per i lavoratori indipendenti, come quello avviato dal sindacato dei traduttori Strade;

patti per la riappropriazione degli spazi pubblici da parte delle cittadinanze, contro svendite e abbandoni, praticando innovazione sociale, autogoverno e progettazione condivisa, come sta avvenendo a Roma con la stesura del “manifesto per un’altra idea di città”

Siamo la coalizione del Quinto Stato: ripensiamo il welfare dal basso, progettiamo nuove forme di lavoro indipendente e cooperante, rivendichiamo l’estensione di tutele del reddito e moltiplichiamo le occasioni di sperimentazione di una nuova cittadinanza inclusiva e universale che faccia pienamente propri i principi costituzionali di solidarietà e sussidiarietà.

*Luisa Capelli è docente di Economia e gesione delle imprese editoriali all’Università di Roma Tor Vergata

** pubblicato su LiberaRoma

 







 
 

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