Macao: L’utopia concreta del lavoro indipendente

 

Uno spazio verticale di 33 piani dove riunire le arti e le professioni indipendenti, liberali, cognitive e creative, come quelle operaie e artigiane, seguendo un modello di auto-governo che va dalla formazione alla co-progettazione, dalla creazione di una filiera dell’arte alternativa a quella pienamente finanziarizzata (a Milano, passando da Venezia e Roma e, poi, sulla scena globale) ad un laboratorio del co-working dove il principale obiettivo è la creazione e la socializzazione di un’attività operosa, non la concessione a pagamento di loculi dove la “creative class” si accomoda con il suo computer e finge la normalità di avere un ufficio, ricevere i “clienti”, simulare la comodità di un atelier, quando invece paga solo il marchio acquistato in franchising dalle multinazionali del co-working.

Questa è l’idea di Macao. L’utopia concreta dei lavoratori dell’arte che hanno occupato per dieci giorni la Torre Galfa di Milano, al centro di una delle aree della speculazione immobiliare più grande d’Europa, non muore con lo sgombero di stamattina. Macao, infatti, rovescia il presupposto del lavoro professionale, nell’ambito del lavoro della conoscenza: non più fondato sullo status professionale del singolo professionista che ha bisogno di “distinzione” e “autorevolezza” e quindi acquista, affitta o condivide uno studio professionale, un laboratorio o un atelier, uno spazio espositivo oppure un’aula universitaria dove mostrare il proprio sapere davanti ad una platea di studenti o di apprendisti in un master a pagamento.

 







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