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Laura e Flavia: figlie dell’impresa di una vita

 

“Cara Flavia, premetto che non mi è facile scrivere questa lettera, ma il dramma che ha colpito la tua famiglia è lo stesso che ha colpito anche la mia.”

Sono le parole che Laura Tamiozzo, figlia di un imprenditore vicentino morto suicida il 31 dicembre scorso, ha rivolto a Flavia Schiavon, figlia di un imprenditore padovano che si è suicidato un mese prima di suo padre. Laura racconta del padre Antonio, 54 anni e una vita dedicata alla propria impresa di costruzioni:

“Mio padre è morto per amore, per amore della sua azienda e specialmente nei confronti dei suoi dipendenti; viveva con il terrore di tradirli, di non essere in grado di pagare loro gli stipendi. Questo pensiero lo logorava, finché non ha più retto.”

La storia che Laura racconta nella lettera parla in realtà della condizione in cui si stanno trovando sempre più famiglie in Italia. Condizione condivisa al punto tale da spingere una rete di donne “sopravvissute” a riunirsi per trasformare il dolore in un momento di confronto. È successo nel pomeriggio di mercoledì 28 marzo 2012 a Vigonza, in provincia di Padova, a un incontro organizzato dalla Filca Cisl del Veneto intitolato “Opinioni a confronto: l’indifferenza uccide, la mancanza di attenzione verso il lavoro”.

Secondo la Cgia di Mestre
negli ultimi tre anni in Veneto si sono suicidati 50 imprenditori: 50 storie di vita e un’unica storia di morte. È la morte di Giancarlo Perin, 52 anni, imprenditore della Perin Fratelli snc di Borgoricco (Padova), che ha deciso di impiccarsi alla gru della sua azienda edile il 18 novembre scorso perchè non poteva più pagare gli stipendi ai suoi dipendenti. È la morte di Giovanni Schiavon che a 59 anni ha visto polverizzarsi il lavoro di una vita in una montagna di debiti e crediti mai riscossi e che si è sparato un colpo alla testa il 12 dicembre nel suo ufficio. È la morte del cinquataquattrenne Antonio Tamiozzo che si è impiccato nel capannone della sua impresa edile. È quella di Ivano Polita artigiano di sessant’anni che si è impiccato l’8 marzo nella sua falegnameria.

Oltre alla scontata collocazione di questi episodi drammatici nella trama di un presente in crisi, ci sono alcuni punti fondamentali che li rendono parte della stessa storia. Il primo è costituito dal fatto che si tratta di uomini. E se per calcolo di probabilità, sulla base delle percentuali rilevate – le imprenditrici donne, seppur in crescita, continuano a essere molte meno degli uomini – è più facile che il fenomeno si presenti in questi termini, è ugualmente necessario avanzare un’osservazione che tenga in considerazione anche la variabile di genere.

Il secondo punto è costituito dal fatto che tutti e quattro hanno denunciato l’insostenibilità del fardello di cui si sentivano portatori e, assieme a questo, hanno chiesto scusa per il gesto che stavano compiendo. Tutti e quattro infatti hanno lasciato un foglietto in cui si congedavano dichiarando il peso del senso di colpa e di fallimento.

Il terzo punto invece è costituito dal luogo in cui queste morti si sono compiute: il proprio posto di lavoro. Sono morti tutti nei loro uffici, nei loro capannoni, nelle stanze del loro lavoro.
Tre impiccagioni e un botto che raccontano alcuni degli anfratti più bui e profondi di questo paese.
Si tratta di quattro uomini che si sono guardati allo specchio e non hanno retto l’eredità violenta dell’immagine che quella superficie gli ha restituito.

Assieme alla crudeltà del dover licenziare i propri dipendenti e di avere sulla coscienza il senso di responsabilità all’idea di immaginare tante famiglie nelle loro stesse condizioni, questi quattro uomini sono stati divorati dal senso di colpa e inadeguatezza. Hanno sentito di non essere riusciti a incarnare la rappresentazione del pater familias che nel nostro paese continua a esercitare il ruolo archetipico di un modello di società che attribuisce all’uomo il potere sulla famiglia assieme alla responsabilità nei confronti della famiglia, e alla donna il dovere di curare l’oikos. Gli stessi articoli di cronaca che hanno ricostruito questi fatti hanno messo -come da copione- l’accento sul fatto che questi uomini non riuscissero più a “prendersi cura della proprie famiglie”.

È così che la possibilità della morte in caso di fallimento avvicina in modo significativo il lavoratore italiano a quello migrante che oggi approda sulla coste dell’Europa per raccogliere i frutti di una vita migliore. Se quest’ultimo dovesse fare ritorno in patria a mani vuote si marchierebbe irrimediabilmente di un disonore impossibile da sostenere di fronte all’investimento che la famiglia e la comunità di provenienza hanno fatto. Per questo è sempre meglio rischiare di morire tentando di attraversare l’ennesimo confine di terramarefilospinato. Anche per questo è possibile morire in un capannone nel bel mezzo della pianura padana.

La drammatica storia di questi quattro uomini attribuisce alla scenografia un ruolo centrale. Il luogo del lavoro diventa camera mortuaria di esistenze al collasso che si fanno sintesi del crollo di un intero sistema, costringendo chi si salva a raccogliere i corpi di una morte che viene confinata nello spazio del proprio fallimento. Ma qualche cosa rimane, qualche cosa sopravvive a tanta durezza e crudeltà. E questo qualche cosa sono le donne. Le donne che si trovano a restare, a raccogliere e a tentare di trasformare il peso di tanto dolore in “altro”. Qualche cosa che semini per nascere un paese diverso.

“Stiamo lottando contro i mulini a vento, nessuno ci da retta, a nessuno interessa di noi. Ma noi Flavia ci dobbiamo fare forza, dobbiamo lottare per questo. Probabilmente le nostre aziende non avranno futuro, anche se mi auguro il contrario, ma non dobbiamo permettere che i nostri padri se ne siano andati così e che non ci sia nessuno che si prenda delle responsabilità, dobbiamo trovare giustizia, tentare tutte le strade possibili. Perché, ogni imprenditore che muore è per tutti noi un’ulteriore sconfitta”.

La lettera di Laura Tamiozzo ha scavalcato il silenzio in cui erano rimaste a galleggiare le parole inascoltate che Flavia Schiavon aveva rivolto a Mario Monti per sollecitare il governo a recepire la legge europea contro i ritardi nei pagamenti.

Con la sua lettera Laura ha costruito un ponte tra il baratro del dramma e il corpo politico di queste morti. Capacità di rinascere Questo gesto ha mostrato come, molto spesso, il linguaggio delle donne sia capace di tessere il rapporto necessario tra il pubblico e il privato altrimenti relegati a due sfere tanto distanti da divenire fronti separati di una realtà sempre monca e incapace di rifondarsi.

La capacità di queste donne di rinascere dalle ceneri delle loro famiglie attraverso la costruzione di uno spazio/momento pubblico di incontro ha tutti i numeri in regola per essere considerato un potenziale momento fondativo.

Silvia Jop”

 







 
 

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