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Giornalisti freelance nella giungla della capitale

 

Roma è la giungla del lavoro immateriale sottopagato, senza diritti, non tutelato. Lontanissima dall’immagine della capitale dormiente e assistita, ministeriale e mollacciona, dei film di Alberto Sordi, nel racconto che ne fanno i giornalisti precari del coordinamento romano “Errori di stampa“, la Capitale vive sospesa nella zona grigia tra lavoro dipendente e indipendente.

Le ormai famigerate “false partite Iva” rappresentano solo la superficie di un continente popolato da apolidi che lavorano al nero, gratuitamente o, quando c’è un refolo di legalità, come consulenti, collaboratori a tempo determinato nei servizi alle imprese, nelle agenzie pubblicitarie o negli studi di architettura, nell’informatica, nella comunicazione o nel reticolo degli enti di ricerca o delle università. La vita dei 936 giornalisti freelance, età media 33 anni, romani e non romani, descritta da Errori di stampa, è la rappresentazione della crisi del “terziario avanzato”.

Al centro di questo racconto c’è il freelance: il risultato della trasformazione del «lavoro post-fordista» che ha reso difficile distinguere una prestazione lavorativa da un’attività d’impresa, l’attività autonoma da una subordinata. Una realtà già da tempo emersa, grazie a ricerche come quella svolta da Sergio Bologna e Andrea Fumagalli per l’Osservatorio sul mercato del lavoro della Provincia di Roma (2010)Solo quando la statistica aggiornerà i suoi parametri di analisi sarà possibile conoscere i numeri di una realtà mobile che ancora oggi viene definita attraverso una macro-categoria che comprende lavoratori dipendenti a tempo determinato, interinali e «ditte individuali». Per l’ufficio Statistiche del Comune, nel 2008 gli autonomi oscillavano tra le 230 e le 240 mila unità. Per la banca dati Asia dell’Istat nel 2009 erano oltre 320 mila. Se si aggiungono i «precari» (collaboratori e lavoratori a progetto) la quota complessiva arriva al 23,02% dell’occupazione totale. Questi dati trovano riscontri anche in un precedente rapporto (2009-2010).

Il mio licenziamento è avvenuto all’improvviso: solo tre giorni prima avevo passato 11 ore al consiglio regionale del Lazio raccontando le vicende del piano casa. Da quel giorno mi sono ritrovato con poche certezze, senza un lavoro, un sussidio, uno stipendio e senza avere la possibilità di farmi valere, attraverso vie legali, con il mio ex datore di lavoro. Al mio posto, e al posto di altri tre colleghi cui è stato riservato lo stesso trattamento da parte dell’agenzia stampa, oggi lavorano tre stagisti pagati a lancio.

Dal racconto di un giornalista, 41 anni, otto passati in un’agenzia stampa, con uno stipendio partito da 200 euro e arrivato a 1000, emerge il primo dato: l’aspetto contrattuale, come quello retributivo, è vincolato alla necessità degli editori di mantenere un’ampia rotazione nelle redazioni Il professionista viene licenziato e, al suo posto, ci sono gli stagisti. Questo significa: abbattimento del valore del lavoro, sfruttamento intensivo di quello gratuito (o quasi). Il giornalista è una manovalanza, non importa se qualificata o meno.

L’altro aspetto che questa inchiesta solleva è l’impossibilità di regolamentare i rapporti con gli editori, elemento che mette in profonda difficoltà sia il sindacato che l’ordine dei giornalisti, che dovrebbero controllare questi aspetti determinanti. Racconta un ex giornalista di E-Polis:

Il problema è che, spesso, a un contratto non corrisponde la serietà di un’azienda che subito dopo l’espansione verso nord, inizia a rallentare i pagamenti degli stipendi. Siamo nel 2007. A luglio il giornale non esce. E’ la vigilia della prima crisi di EPolis: l’azienda ha 50 milioni di euro di debiti verso tutti. I dipendenti, gli enti previdenziali, la cassa sanitaria, le edicole dove ogni mattina prendevamo i giornali (che, nell’ultimo periodo, pagavamo di tasca nostra) e addirittura i fornitori dei mobili delle redazioni. Passano i mesi, gli stipendi scarseggiano. I contributi – scopriremo poi – anche. Buste paga falsificate (detrazioni mai versate all’Inpgi, alla Casagit e ai fondi complementari per il trf), appelli del cdr caduti nel vuoto. L’azienda boccheggia, i giornalisti nonostante tutto, trascinano la baracca fino a luglio del 2010.

Parliamo pur sempre di giornalisti regolarmente assunti che, davanti al fallimento dell’azienda, possono ricorrere ad un tribunale, sperando di recuperare i loro crediti, oltre che i versamenti previdenziali all’Inpgi. Ma nella giungla del lavoro giornalistico questa è un’eccezione, ormai. Nella storia di Anna, responsabile milanese delle pagine del quotidiano “Terra”, viene confermata un’altra realtà: giornalisti, anche giovani, vengono collocati nella “macchina”, ma vengono pagati come collaboratori, e cioè una o due volte all’anno, per un totale – in questo caso – di 2 mila euro:

Anche se hai un contratto che fa schifo ti senti miracolato, prendi e porti a casa. E rimandi a un futuro più o meno definito l’ottenimento di qualcosa di più legittimo, trasformandoti tu stesso in quella benzina che fa camminare il circolo vizioso del precariato” (…) Quella contrattuale non era l’unica anomalia. I pagamenti erano sempre in ritardo, il direttore prometteva in continuazione il saldo degli arretrati”.

Il compenso è al centro della denuncia di Errori di Stampa. Parliamo di redditi, che in media, oscillano sui 5 mila euro, ottenuti molto spesso da più collaborazioni. Nel prospetto pubblicato da Errori di Stampa l’articolo, lunghezza media 2 mila battute, viene pagato da un minimo di 5 euro ad un massimo di 120. Ma la realtà sta nel mezzo:

Attualmente vengo pagato ad articolo – direi meglio: a cottimo – da tutti i miei datori di lavoro tra i quali mi divido. E ogni giorno torna la domanda: a cosa è servita la famosa “gavetta” di cui sopra, costata alle tasche dei miei genitori, il più diffuso ammortizzatore sociale d’Italia, ben 10mila euro in due anni? A nulla.

Lavoro a cottimo. La condizione del giornalista freelance rientra pienamente in quella postfordista che ha generalizzato la prestazione occasionale, e l’attività di subfornitura, degli “independent contractors” (cioè i “freelance”) a regola universale della società. La filiera giornalistica è organizzata come la società italiana: al centro c’è un nucleo di iper-garantiti, vicino al comando dell’azienda (da qui le consuete polemiche contro i “raccomandati”), o comunque assunti secondo le regole del contratto di categoria, oppure di quello nazionale. 

Poi c’è la galassia incontrollabile dei cottimisti a disposizione del comando d’impresa, o di Stato, cioè il maggiore produttore di precariato in Italia. Un confronto con i dati della Cgia di Mestre dimostra che questa realtà è addirittura trattata peggio degli oltre 3.900 milioni di precari, a bassa qualificazione, che ricevono un salario medio di 1.068 euro mensili. Questa moltitudine lavora “in subfornitura accomandataria”. Con questa formula Weber descrisse la tipologia del lavoro nell’agricoltura. Oggi questa formula può essere usata nell’edilizia, come nella comunicazione, nel terzo settore come nel precariato dei servizi. I giornalisti non fanno alcuna eccezione.

Nel mezzo ci sono i vecchi istituti dell’intermediazione sindacale, o professionale, che dopo vent’anni dicono di volersi riscuotere dal letargo, anche se scontano il peso di una verità tremenda: rispetto a questa organizzazione sociale dello sfruttamento, il sindacato non può nulla, se non garantire chi possiede un contratto a tempo indeterminato. L’unica tutela sulla quale i “freelance” possono contare è la magistratura. Il ricorso al tribunale, in mancanza di un diritto del lavoro e istituzioni di garanzia per i singoli (e non le corporazioni), è ormai la regola in Italia, ma non sempre va a buon fine:

Ho fatto causa. Non prima di aver sentito l’avocato di Stampa romana, che mi diede l’idea e il consiglio di non procedere perché difficile che, con le carte che avevo, potesse essere sentenziato il reintegro. Ma io non mi sono arreso e ho sentito un avvocato. Che quando ha letto le mie carte e mi ha ascoltato, ha detto che la mia era chiaramente una causa fondata e che si sarebbe risolta per il meglio. Beh, la causa l’ho persa, almeno in primo grado. Perché oltre ad un sistema lavorativo poco chiaro riguardo al merito, a volte ci si mette anche la Giustizia (?) a metterci lo zampino, per far sì che la propria storia lavorativa, oltre che in maniera informale, sia certificata anche da un Tribunale come “sfruttamento senza soluzione”.

Da questa fenomenologia della condizione dei freelance del giornalismo romano ricaviamo alcuni elementi utili per la descrizione di una città travolta dalla crisi del terziario avanzato. Esiste, ormai, una mescolanza tra la sua «prima generazione» (l’artigianato e il commercio) e la «terza», cioè le attività legate alla gestione del tempo libero, all’informatica, alla produzione culturale-artistica e comunicativa che non rientrano nel rango delle professioni ordinistiche. La deregolamentazione della professione giornalistica è dovuta anche a questa violentissima trasformazione, e non solo dalle istituzioni di auto-regolazione che non l’hanno mai compresa e, talvolta, agevolata.

Nell’inchiesta di Errori di Stampa viene spiegata la ragione per cui alla crisi le aziende ricorrono sempre di più ai contratti di consulenza che permettono alle aziende di non assumere i lavoratori, imponendo loro forme mascherate di lavoro subordinato. Lo spiega la giornalista Paola Natalicchio:

«La consulenza è un contratto ultra-leggero applicato ai giornalisti arruolati in produzioni come Agorà, Presa Diretta o Report – afferma – Sei una partita Iva, anche se di fatto svolgi il lavoro di un redattore con orari di lavoro fissi anche per 100 puntate». Se, per caso, il giornalista deve andare in video, allora è necessario cambiare la sua forma contrattuale con una scrittura aggiuntiva, quella di «presentatore-regista».

È il complicatissimo sistema dei contratti matrioska che regola il lavoro in Rai, e non solo.

«Questi contratti-truffa – aggiunge Paola – sono presenti in tutte le redazioni dell’azienda» e svolgono tutti i ruoli, dal caporedattore all’operatore di ripresa. Casi come questi sono diffusissimi nel lavoro autonomo, che in Italia si confonde sempre di più con la zona grigia del «lavoro parasubordinato».

Così facendo, la Rai non solo nega le tutele fondamentali, ma impone a tutti i lavoratori il versamento dei contributi previdenziali alla gestione separata dell’Inps (dove oggi è confluito anche l’Enpals), e non all’Inpgi 2, cioè l’ente previdenziale dei giornalisti. Un altro modo per separare l’esercizio della professione, sempre più precaria, dai suoi diritti.

L’uso, e l’abuso, della partita Iva, e di tutta la vasta gamma di contratti atipici, riguarda almeno 1794 persone in Rai. Per Claudio Araldi, Sergio Cusani e Paolo Pellegrini, autori di un rapporto sulla situazione economica dell’azienda presentato dalla Slc-Cgil il 1 dicembre scorso, questa cifra sarebbe anche più grande. Tra gli 11.501 persone inserite nel «personale in organico» ci sarebbero altri contratti di inserimento, di apprendistato o giornalistici biennali (il dato però non è scorporato). In base ad un accordo firmato da Lorenza Lei nel luglio 2011, queste persone dovrebbero essere stabilizzate entro il 2017 in tutte le sedi Rai.

La tendenza a ricorrere a queste forme contrattuali si spiega con la volontà delle aziende di scaricare sui lavoratori indipendenti l’intero costo previdenziale e assicurativo della loro attività. Se provassimo però a sollevare lo sguardo dalla Rai, allargandolo all’intero settore di riferimento, quello della comunicazione e dei servizi a Roma, scopriremmo che già tra il 2007 e il 2008 i cosiddetti «consulenti e liberi professionisti» rappresentavano il gruppo numericamente più forte tra coloro che, a Roma e in Provincia, operano con la partita Iva. Su un totale di 249.235 «autonomi» i «consulenti» in cui rientrano gli oltre 1700 «precari» della Rai erano 63.111.

Oggi, si sospetta, sono senz’altro di più. Se poi alle attività di consulenti e liberi professionisti aggiungiamo quelle affini dei “servizi avanzati alle imprese” e delle “attività editoriali” arriviamo al 32,66% della forza-lavoro attiva a Roma. In mancanza di un’inchiesta simile a quella condotta da Errori di Stampa, si può presumere che anche queste persone non godano affatto dei diritti sociali fondamentali.

Nell’inchiesta di “Errori di stampa” risalta anche la denuncia della “clausola maternità” contenuta nel contratto di consulenza fatto firmare dalla Rai ai collaboratori esterni dell’azienda. Il clamore che ha sollevato è stato tale da imporre a Lorenza Lei, la direttrice generale di Viale Mazzini, a ritirarla.

Nel lungo ed articolato comunicato, l’azienda di Viale Mazzini si è impegnata a formulare diversamente la clausola per «non urtare la suscettibilità». Per il Coordinamento degli Atipici Rai questo non basta perché «esistono lavoratrici sotto contratto, che scadeva mesi dopo il parto, che hanno dovuto accettare una variante alla loro consulenza per anticiparne la scadenza. Così come ce ne sono altre che si sono viste rifiutare il contratto perché nel frattempo sono rimaste incinte».

Nel comunicato della Rai c’è un altra precisazione da considerare.

«I lavoratori autonomi [che in Rai sono oltre 1700, ndr] non godono delle tutele previste dallo Statuto dei Lavoratori, evidentemente per la scelta del legislatore».

Una spiegazione illuminante rispetto ad un mondo, quello delle «collaborazione esterne» regolate, quasi sempre, con la partita Iva che a Roma – come in tutto il paese – hanno conosciuto un aumento vertiginoso dal 2007 ad oggi (allora erano 63 mila).

Secondo gli «Atipici Rai» questa trasformazione è intervenuta negli anni Novanta. Quello della consulenza è il modo attraverso il quale la Rai governa il suo precariato strutturale da 15 anni. Non diversamente da quanto accade nella pubblica amministrazione, invece di assumere con i concorsi, l’azienda ha usato le collaborazioni e la partita Iva. Funziona così: i contratti durano 3,6 o 9 mesi. Il lavoratore viene licenziato e, quindi, riassunto. Questa trafila può durare anche vent’anni.

Programmisti, registi, operatori lavorano a prestazione in tutte le redazioni. Sono come gli idraulici, anche loro a partita Iva. Con una differenza: lavorano ogni giorno dietro una scrivania, hanno il loro computer, un orario di lavoro, ma senza buoni pasto. Si creano anche dei paradossi: per entrare in azienda queste persone hanno bisogno di un badge giornaliero, quello previsto per gli ospiti. Certe mattine, può capitare di trovare la fila ai tornelli d’ingresso. I capostruttura, i curatori o i capiredattori, con i quali di solito contrattano personalmente durata e modalità dei contratti, possono avere dimenticato di rinnovargli il badge. E gli «ospiti», che non sono il pubblico delle trasmissioni, ma lavoratori a tutto tondo, devono attendere il via libera della sicurezza.

«Questo dimostra che il problema non è la pletora delle tipologie contrattuali, ma la volontà delle aziende di sfuggire alla regolazione del lavoro perché preferiscono il finto lavoro autonomo – spiegano gli «Atipici Rai» – Anche se la riforma del mercato del lavoro introdurrà il contratto unico, tutti questi lavoratori continueranno a lavorare nello stesso modo. Oggi, dopo il collegato lavoro, non c’è più alcun argine alla moltiplicazione di queste collaborazioni. Le aziende non rischiano nulla».

La riforma del mercato del lavoro prospettata dal governo Monti, incentrata sull’apprendistato come “contratto prevalente” nei rapporti di lavoro dei “giovani” con età inferiore ai 29 anni, non modificherà in nulla questo assetto a Roma, come in tutte le città dov’è diffuso il lavoro immateriale nei servizi. Il significativo appoggio dei sindacati su questo punto della riforma conferma l’ignoranza del lavoro contemporaneo. La più volte auspicata abolizione dell’articolo 18 – lo ha ricordato recentemente lo stesso Carlo De Benedetti, editore di Repubblica-Espresso – non inciderà in nulla sulla realtà del lavoro contemporaneo. Pensare che gli editori descritti in questa inchiesta accettino di pagare di più, o assumere i “precari” in cambio di sgravi fiscali, ha lo stesso valore di un vespro mattutino prima del massacro quotidiano.

«Continueremo il nostro percorso – ha commentato la giornalista Marta Rossi di «Errori di Stampa» – la scoperta della clausola è stata il frutto di un lavoro collettivo di ricerca iniziato un anno fa. Non è un casus belli contro la Rai, come invece è stato detto ieri da qualcuno. Stiamo costruendo un osservatorio sul precariato giornalistico a Roma e facciamo appello ai colleghi di unirsi a noi. Quando si è soli non è semplice fare inchiesta. D’ora in poi nessuno deve essere lasciato solo».

 







 
 

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