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Francesco Pinna, ragazzo

 

Francesco Pinna, ragazzo

Dicono che era “operaio per caso”. Invece, nulla è più normale, oggi in Italia, che lavorare e studiare. Francesco Pinna, ventenne triestino, il 12 dicembre 2011 aveva messo la sua vita al lavoro per 5 euro all’ora. E’ morto allestendo il palco del concerto di Jovanotti. Che ha interrotto il suo tour.

Francesco Pinna, ragazzo, lavorava nell’economia dell’evento. Come il 40% degli studenti italiani, anche Francesco alternava studio e lavoro e rientrava nel 23,2% degli studenti che firmano un contratto a brevissimo termine, quello necessario per costruire l’impalcatura del concerto di Jovanotti al Palatrieste e morire per 5 euro all’ora.

Poco o nulla si sa, di questa economia, della sua logistica e del precariato strutturale che si vive nelle sue articolazioni interne costituite da service o cooperative che trasportano cavi, mixer e amplificazione per le serate nei club. O, almeno, nulla sa il diritto del lavoro che non ha strumenti per comprendere la natura di un lavoro precario che si svolge in un’impresa la cui esistenza è temporanea e intermittente.

Come Francesco, e i 6 feriti per il crollo mortale, ciascuna delle cento persone che lavoravano all’allestimento del palco è parte di una forza-lavoro flessibile in un’organizzazione instabile. Davanti ad una cattedrale accartocciata per il crollo del ground support che copre il palco e alloggia gli altoparlanti e i riflettori, 15 metri di altezza e 20×30 di larghezza, è possibile ricostruire il sistema di appalti e di subappalti che governa il lavoro postfordista e, ormai lo si può dire, il lavoro in quanto tale in Italia.

Al centro c’è un’azienda, in questo caso la Azalea production, che produce concerti e grandi eventi, vende biglietti, rifornisce le prevendite abituali nelle città del Triveneto, organizza l’ufficio stampa. È possibile che questa azienda sia il terminale di una rete di piccole e piccolissime aziende di catering o di logistica, i tir che trasportano in tutta Italia il palco, oppure la cena per lo staff della star. Questa rete, tanto più ampia e complessa quanto più grande è l’evento da realizzare, viene quasi sempre attivata dalla produzione dell’artista di turno (nel caso di Jovanotti, la Trident Management Srl), oppure da una internazionale interessata a “piazzare” un evento a Catania o a Belluno.

Il crollo del palco di 15 metri di altezza, 20 per 30 di larghezza

Davanti alla maledetta cattedrale progettata da un “ingegnere abilitato”, le 100 persone che lavoravano a progetto (si spera) sono abituate ad essere pagate “a corpo”, cioè ad assumere commesse da un privato, così come dal pubblico. È questa l’organizzazione del lavoro diffusa in tutti gli “eventi” culturali in Italia. Di forza-lavoro intercambiabile, spesso di ottima preparazione tecnica o musicale, ne fa uso l’amministrazione pubblica, a partire dagli assessorati alla cultura. Nell’economia dell’evento la presenza del governo locale è invasiva perché è dall’allestimento di una processione, di una mostra sul tartufo o sul fungo cardoncello che dipende la riuscita di una politica del “marketing territoriale” che attrae il turismo.

A questa stessa organizzazione si rivolgono i sindaci, e le maggioranze di ogni colore, per risollevare le pericolanti sorti dell’economia di un territorio. Francesco è una delle vittime di un mercato del lavoro strutturalmente precario dove la gestione di un evento viene affidata a terzi.

La chiamano “outsourcing”.

Il Tg3, da sempre attento alle notizie sul lavoro, in quelle ore ha annunciato in un servizio attento e ben montato, che era morto un «operaio di vent’anni», «operaio per caso»:

12 dicembre 2011- Tg3 delle 19

Poco dopo, Enrico Mentana, direttore e conduttore del Tg La7, afferma nell’anteprima del Tg delle 20:

Luciano Pinna, [poi si corregge chiamandolo con il suo vero nome "Francesco", ndr], chi era, purtroppo?”. La sua ricostruzione è più corretta: “Era uno studente che guadagnando 5 ore all’ora si guadagnava quel che gli serviva per studiare”.

12 dicembre 2011-Anteprima Tg La 7-Enrico Mentana

La necessità di riassumere i contenuti del Tg, in onda pochi minuti dopo, porta Mentana a collegare correttamente la tragedia con la manovra del governo Monti e con la bocciatura del nuovo patto siglato dai paesi dell’Unione Europea. L’auspicio è chiaro:

“Mentre parliamo di una manovra che comporta sacrifici, ma che vorrebbe essere un riequilibrio, un segno di equità rispetto al futuro, non dimentichiamo che ci sono giovani che rischiano, perchè vanno a lavorare in condizioni di sicurezza (spetterà alla magistratura accertarlo), in condizioni di sicurezza non perfette, per guadagnarsi di che vivere o addirittura di che studiare. Non dimentichiamolo in un momento in cui si cerca di costruire l’Italia futura o almeno questo è quello che ci dicono”.

Lo show-man Fiorello, che su twitter ha inviato subito la sua solidarietà alla famiglia di Francesco, come allo stesso Jovanotti – sconvolto per l’accaduto – ha messo in rete questo video. Lo stesso Jovanotti ha avuto parole commosse e generose per Francesco Pinna, ragazzo, sempre su twitter.

Ma lo sdegno, e il dolore, provocati da questa morte sul lavoro ha anche, e soprattutto, un’altra origine. Ciò che inquieta lo show-biz, come tutti del resto, nella storia di Francesco Pinna, ragazzo, è l’avere casualmente consegnato la sua vita ad un’economia dell’evento la cui esistenza è temporanea e intermittente, come scrivono Sergio Bologna e Dario Banfi in “Vita da Freelance” (Feltrinelli). Salvo che in questa tragedia e, come abbiamo visto, per approssimazioni che allontanano le speranze di una coincidenza tra la cosa e il suo nome, non si parla mai di una forza-lavoro flessibile in un’organizzazione instabile.

In Italia questo è l’unico modo per lavorare oggi. Questa è la forza.lavoro maggioritaria, giovane e meno giovane, che Francesco Pinna, ragazzo, ha incarnato per l’ultima volta sul palco del Palazzetto dello sport di Trieste. Per questi viventi, la cui unica specializzazione è il mettere al lavoro la propria esistenza, non esiste alcuna tutela nè garanzia e, peggio ancora, questa loro esistenza non ha un nome nè una forma per essere definita, una categoria, una storia. E per questo si parla ancora di “studente-lavoratore”, “operaio per caso” oppure “studente-operaio”.

Francesco era anche questo. Su quel palco svolgeva la funzione di «facchinaggio». Insieme a lui c’erano almeno sessanta persone addette alla costruzione di un palco progettato da un “ingegnere abilitato” che in 50 repliche del concerto “Ora” di Jovanotti non aveva mai dato problemi. Assomusica inquadra così la sua “figura professionale”: addetto a montare le casse a terra, un lavoro molto semplice, che non richiede particolari specializzazioni.

Dunque, si scopre che lo “studente-operaio” o, meglio, l’”operaio per caso”, non aveva alcuna specializzazione e che la sua “figura professionale” è stata così definita per un’esigenza di inquadramento contrattuale presso la cooperativa triestina On Stage la quale, per ogni “unità lavorativa”, riceve 13,50, 14 euro. Se Francesco riceveva tra i 5 o 6 euro all’0ra, allo stato dei fatti si può dire che i suoi datori di lavoro guadagnassero dalla sua attività tra gli otto e i nove euro (così è stato calcolato nei giorni della tragedia). Nei commenti che girano in rete si parla di “schiavismo”.

Se dunque desta scandalo, e nel momento più indicibile, l’idea che un ragazzo di vent’anni possa lavorare in queste condizioni, dovrebbe essere altrettanto scandalosa quella realtà che impone ai migranti che raccolgono pomodori tra Caserta e Foggia lo stesso trattamento. Cosa che solo molto raramente accade.

E’ difficile definire Francesco Pinna, ragazzo, come un operaio, nello stesso giorno in cui l’Inps comunica che tra il 2008 e il 2009 c’è stato un calo per questa categoria di lavoratori del 6,6% (450.000 unità in meno in due anni), lo è altrettanto definirlo “studente”. Come molti suoi coetanei, italiani ed europei, Francesco alternava studio e lavoro per mantenersi agli studi. Il rapporto Eurostudent 2011 ha dimostrato che il lavoro per cui è morto Francesco è diffuso tra il 41,7% degli studenti di ceto medio-basso (il 16% in quello “medio”). Non si può parlare più di “studente-lavoratore”, ma forse di “precario che lavora e che studia”. Tanto è vero che è in netta crescita la percentuale di chi si (re-iscrive) all’università verso i 25, e che l’abbandona più volte (il 24%).

Chi era, dunque, Francesco Pinna?

Un ragazzo, come noi, come gli altri, come tutti.

Roberto Ciccarelli

 

 







 
 

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