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Luciano Bianciardi, l’eresia del lavoro culturale: preludio

 

È passato troppo sotto silenzio il quarantennale della morte di Luciano Bianciardi (Grosseto, 1922-Milano,1971). È nostra convinzione che i volumi di quella formidabile trilogia della rabbia, che va dal Lavoro culturale (Feltrinelli, 1957) a L’integrazione (Bompiani, 1960) a La vita agra (Rizzoli, 1962) rappresentino uno spartiacque per chiunque voglia confrontarsi con l’evolversi del lavoro intellettuale e più in generale della società italiana, fuoriuscita dalla ricostruzione post-bellica e già proiettata in una controversa tarda modernità.

Direttore della Biblioteca Chielliana di Grosseto, sul finire degli anni ’40 Bianciardi inventa il Bibliobus per portare i libri ai contadini e ai minatori sparsi nella provincia grossetana. E sarà l’esplosione nella miniera di Ribolla di proprietà della Montecatini (che Bianciardi non smetterà di colpevolizzare) il 4 maggio del 1954, con la morte di 43 minatori, ad essere in qualche modo fatale anche per Bianciardi: «lui testimone, segno dell’orrore, voglia di scappare per sempre da Grosseto, inizio della sua fuga a Milano». Qui vive con Maria Jatosti, compagna di vita e ora custode della sua memoria (insieme alla Fondazione Luciano Bianciardi di Grosseto) e si imbatte nel labirinto dell’economia della conoscenza, nel quale si perde: impiegato di Giangiacomo Feltrinelli per poi esserne «licenziato per scarso rendimento»; quindi «collaboratore esterno», traduttore (di Celine, Faulkner, Miller, Steinbeck, tra gli altri), correttore di bozze, consulente editoriale, critico culturale, letterario, televisivo, sportivo; ma anche appassionato cultore del garibaldinismo. E ancora, intermittente della retribuzione, lavoratore indefesso; precario ante-litteram. Soprattutto, grande narratore della falsa modernizzazione italica, con una rabbia, spesso solitaria e irriducibile, sempre spietata e visionaria, nel saper criticare gli stereotipi di un Paese che dalla ricostruzione sarebbe arrivato alla società dello spettacolo di massa, conservando le stesse strutture di potere politico e intellettuale, sempre più burocratiche, corporative e autoreferenziali. Così dopo l’imprevedibile successo de La vita agra scapperà da Milano auto-esiliandosi a Rapallo, precipitando in un isolamento esistenziale che lo condurrà alla morte prematura a soli quarantanove anni, corroso dall’alcol e dimenticato da tutti.

Così le sue opere e la sua biografia di intellettuale, la cifra narrativa e stilistica ancorata sempre alla vita vissuta, individuano un personaggio che merita di essere studiato come indicatore privilegiato per comprendere l’Italia della grande trasformazione, nel periodo che va dal crollo del fascismo fino agli anni Settanta.

Di Bianciardi, «osservatore più tempestivo» nel denunciare l’ingenuità assolutoria e rassicurante con cui si è guardato al lungo processo della modernizzazione italiana, ha parlato Silvio Lanaro per descrivere il volto dell’Italia nuova. Proprio in virtù del suo sradicamento, del vuoto lasciato dalla vita provinciale che Milano non riuscì a colmare, Bianciardi sembra possedere la capacità di cogliere le contraddizioni dello sviluppo e indicare ai propri lettori, magari attraverso l’ironia, la necessità di diventare protagonisti del cambiamento senza limitarsi ad osservarlo passivi.

E come testimone privilegiato di un’epoca, il profilo di Bianciardi si affaccia in quelle storie dell’Italia repubblicana (Lanaro e Crainz) non riducibili alla tradizionale rappresentazione politica (partitica) e istituzionale, capaci cioè di indagare i fenomeni culturali e di costume per restituire complessità e profondità ai processi storici.

Con la speranza che nuovi contributi vengano a definire più nettamente lo stile narrativo di Bianciardi ed il suo ruolo nella letteratura più recente, qui ci limitiamo a cogliere due aspetti del suo itinerario di vita e intellettuale che ne illuminano, a nostro parere, l’attualità: l’incontro con Delio Cantimori, maestro e figura ideale di un’altra Italia, e il suo avventuroso attraversamento del mondo della conoscenza, che rimanda all’oggi, alla vita agra delle nuove forme di precariato nel lavoro culturale. Ancora.

Giuseppe Allegri e Alessandro Guerra

Luciano Bianciardi e la Milano anni '60: il mutamento antropologico:

 







 
 

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