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Coworking come sistema

 

Comitato Tiburtina per l’uso pubblico delle caserme

L’obiettivo principale che dobbiamo porci è la costituzione sul territorio metropolitano di più spazi di coworking, nel centro e nelle periferie, per fare del coworking non casi isolati, ma un sistema. Ogni quartiere delle grandi città potrebbe ospitare uno spazio coworking, autonomo dagli altri nella definizione dei progetti alla luce dei territori sui quali insiste, mentre le istanze generali e il collegamento tra le sedi potrebbero essere garantite da un’associazione e da una struttura assembleare aperta e democratica.

Questi luoghi produttivi, fondati sulla solidarietà intergenerazionale e inter-professionale, sarebbero le sedi in cui promuovere progetti di innovazione sociale, cultura indipendente, intercultura e e mutualismo. In qualche modo ricoprirebbero le funzioni delle antiche case del popolo e delle camere del lavoro, oltre che essere spazi di lavoro e produzione che resistono al lavoro nero, alla speculazione, allo sfruttamento capitalistico e alla cooptazione. Ogni territorio avrebbe un centro di cultura in cui riconnettere la produzione culturale al tessuto sociale e anche alle questioni urbane nel senso più ampio, dove riunirsi per inventare, produrre, socializzare, incontrarsi, apprendere e sperimentare in autonomia.

Se questo trovasse realizzazione in modo ramificato e coordinato sul territorio, il sistema coworking diventerebbe lo strumento con cui le nuove generazioni si riappropriano della ricchezza sociale che è stata loro saccheggiata, a cominciare dal reddito, dai servizi, dalla socialità dalla mancanza di spazi pubblici per l’autoproduzione culturale e artistica. Ma sarebbe anche molto di più: la mancanza cronica di spazi e soldi per il welfare, l’autoformazione e la cultura della sostenibilità e del riuso è una diretta conseguenza di un modello di società e di economia basato sull’individualismo, sulla logica del profitto, sulla produzione di grandi opere, di politiche culturali e di scelte urbanistiche che rafforzano le distanze tra centro, periferie e hinterland, riducendo sempre più gli spazi pubblici e il territorio non urbanizzato.

In questa direzione è importante intercettare la lotta per gli spazi pubblici in dismissione, portata da comitati locali e associazioni.
Un esempio di questo lavoro di contaminazione è quanto sta accadendo a Roma attraverso la collaborazione avviata con il Comitato Tiburtino per l’uso pubblico delle caserme e il Quinto Stato.

All’interno dei progetti elaborati per le Caserme Ruffo e Gandin nel Quinto Municipio di Roma hanno trovato spazio misure per chi voglia intraprendere forme di lavoro autonomo, creare piccole imprese e cooperative, o lavorino per associazioni culturali, sportive e di promozione sociale.

Per la Caserma Ruffo stiamo lavorando al progetto di uno spazio di coworkers del mondo della cultura e della comunicazione; per lo spazio della Caserma Gandin a uno spazio per il lavoro artigiano, per costruire, riparare o rimodernare prodotti che la cultura consumista e seriale dell’usa e getta vorrebbe dimenticare.

Il progetto di coworking che abbiamo elaborato contiene il discorso politico proposto dalla piattaforma dell Quinto Stato. Non solo spazi per razionalizzare le risorse economiche di ciascun partecipante, quindi, ma il coworking come opportunità per mettere alla prova un’idea diversa della produzione e della fruizione culturale, come strumento per promuvoere l’autoreddito, come strada per costruire un modello sociale fondato sul mutualismo, sulla cooperazione e sulla sostenibilità, fuori dalle logiche del profitto.

In particolare, abbiamo caratterizzato questi spazi come luoghi in cui:
Favorire i processi di empowerment personali e professionali, ridurre i ritardi culturali, supplire a carenze croniche che colpiscono la cittadinanza nell’ambito dei servizi e stimolare lo sviluppo locale attraverso l’accesso a consulenze professionali a costi solidali (operate dalle figure presenti nel coworking) e attraverso attività in grado di avviare processi di formazione e autoformazione degli studenti, dei giovani, delle persone diversamente abili, delle cittadine e cittadini stranieri, investendo sul capitale umano con lo scopo di valorizzare e utilizzare pienamente il contributo di ciascuno/a.

Sviluppare progetti collettivi che abbiano finalità sociali e culturali e che possano, attraverso la loro realizzazione, incentivare il lavoro e lo start-up di nuove forme di imprenditorialità e di associazionismo, promuovendo lo sviluppo locale e stimolando il tessuto economico, culturale e sociale del quartiere.
Agevolare l’incontro la richiesta di autotutela delle lavoratrici e dei lavoratori atipici e indipendenti, privi di tutele pubbliche e schiacciati dall’estrema onerosità delle assicurazioni private, con le società di mutuo soccorso. Creare convenzioni professionali per quanto riguarda l’assistenza socio-sanitaria, la tutela in caso di matenità, gli infortuni, la malattia propria e dei familiari.

Promuovere un’idea diversa della cultura e della fruizione culturale (promozione di eventi culturali e artistici aperti e gratuiti); incentivare un nuovo modello di produzione culturale nel tentativo di superare la logica del profitto privato; sostenere le produzioni indipendenti e le/i giovani artisti; praticare un’idea diversa della città restituendo spazi inutilizzati o dismessi alla cittadinanza.

Il coworking sistema potrebbe iniziare da qui, dal sodalizio sul territorio di lotte e vertenze sugli spazi in vendita o in abbandono.

Un esempio virtuoso di tali inziativa è rappresentato dalla “Mutua Elisabetta Sandri”, convenzione di assistenza sanitaria integrativa stipulata tra la società di mutuo soccorso “Insieme salute” e il Sindacato di traduttori editoriali “Strade”.

 







 
 

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