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Cowork: il tema della differenza di genere

 

Monica Pasquino
Associazione S.CO.S.S.E. – Soluzioni COmunicative Studi Servizi Editoriali

L’autogoverno, l’autotutela, l’autoreddito e il rovesciamento materiale dei presupposti dei nuovi lavori – la solitudine, la frammentazione e lo sfruttamento – sono le lotte espressione del Quinto Stato. Soprattutto oggi, dentro questa crisi che crea nuove povertà anche tra chi lavora.

Sono persone, gruppi e spazi che prefigurano un’alternativa al tradizionale binomio tra pubblico e privato. Sono gli spazi di coworking, sono le occupazioni di “seconda generazione” che crescono tra le macerie prodotte dalle politiche di austerity, grazie al protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori dell’immateriale. Sono spazi associativi, cooperative e imprese sociali che condividono diversi tratti.

Il primo è la ricerca pratica di un processo di autodeterminazione, che suggerisce un nuovo modello di autogoverno. Il secondo è l’obiettivo dell’autoproduzione attraverso la co-realizzazione delle attività e la promozione di attività di autoformazione. Il terzo è l’obiettivo dell’autoreddito per soddisfare bisogni e desideri, ossia del reddito da lavoro ottenuto fuori dalle logiche dello sfruttamento (umano e ambientale), senza accumulo di utile da capitale ma con il reinvestimento degli utili prodotti. Il quarto è la necessità da cui nascono: dare una risposta dal basso alla crisi del welfare universalistico, garantito dal pubblico attraverso il prelievo fiscale. Una crisi che ha portato a forme sempre più estese di esternalizzazione e alla restrizione dei servizi. Oggi le fasce svantaggiate della popolazione sopperiscono a queste carenze ricorrendo al welfare familiare, al mercato nero e, appunto, alle reti associative e di volontariato.

Una necessità ancora tutta da ascoltare e che non possiamo lasciare in secondo piano rispetto a queste riguarda le condizioni di pari opportunità di accesso, permanenza e progressione di carriera nel mercato del lavoro per le donne e le persone che sono più soggette a marginalizzazione e discriminazione.
L´Italia è uno dei paesi occidentali con un divario di genere tra i più alti: nei tassi di partecipazione al mercato del lavoro, nel divario salariale a parità di titolo di studio e di mansione, nelle possibilità di carriera, nei ruoli dirigenziali e di potere, nella divisione del lavoro familiare. È un divario aggravato dalle disuguaglianze territoriali. Lavora il 46% delle donne, spesso con contratti precari e con sistemi di tutele inesistenti per quanto riguarda la maternità e la malattia, con stipendi inferiori del 20-30 % rispetto a quelli dei colleghi.

Le donne escono dal mondo del lavoro quando decidono di fare un figlio: il tasso di occupazione femminile cala di 5 punti dopo il primo figlio, di 10 dopo il secondo, del 23 dopo il terzo. Le ragioni di questo abbassamento sono molteplici e vanno dalle dimissioni forzate al mobbing, dalla mancanza di asili nido (coprono l’11,3 % dei nati) all’assenza di una rete di supporto sociale e familiare. I pochi bambini/e che nascono sono soprattutto figli di coppie con contratti a tempo indeterminato. Mette al mondo un figlio il 19% delle donne con contratto atipico contro il 31% di chi ha un posto fisso.

Il prossimo passo è allora riconoscere che il genere è un dispositivo politico e questo è cruciale nel discorso politico che vogliamo fare. Esso definisce e qualifica la condizione che abbiamo definito del Quinto Stato poiché non solo ne rappresenta la maggioranza numerica, ma soprattutto ne traduce l’intima necessità: il lavoro postfordista consiste in un generale processo di femminilizzazione delle attività operose.

Il genere entra nell’organizzazione del mercato del lavoro, dei tempi di vita e delle relazioni sociali, ma viene sistematicamente negato o disconosciuto. Il Quinto Stato dovrebbe consistere allora nel riconoscimento di una condizione universale a partire dal genere (dai generi), evitando di piegarlo alle strumentalizzazioni del profitto. E dovrebbe farsi carico della produzione di un nuovo discorso, da un lato sul rapporto tra i sessi e il lavoro di cura, dall’altro sull’inclusione di lavoratori e lavoratrici discriminati, in quanto portatori di una differenza rispetto alla norma dell’eterosessualità. Questo è un percorso che non ha ancora cittadinanza nelle nostre società.

Sappiamo che i modelli tradizionali di famiglia, impresa, welfare sono storicamente segnate da una strutturale diseguaglianza, da processi di subordinazione e sfruttamento che riguardano il genere e, quindi, i diversi processi di soggettivazione. Ma il genere può diventare lo spazio in cui mettere in discussione le gerarchie sociali e del lavoro e ripensare le dinamiche sociali e a suo supporto possono andare le attività di questi nuovi centri di produzione culturale.

Per tutte le considerazione fatte un aspetto dirimente nel successo delle nuove e promettenti esperienze di coworking sarà, da un lato, la promozione di un cambiamento della relazione tra i sessi, in una società ancora maschile e maschilista; dall’altro, la sperimentazione di pratiche a favore della conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro.

Da qualche anno iI tema della valorizzazione delle differenze nel mondo del lavoro è diventata una moda manageriale anche in Italia. Una delle attività più gettonate della strategia aziendale del diversity management è la conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro. Peccato che questa moda produca raramente azioni che incidono concretamente e troppo spesso finanzi solamente campagne comunicative dal respiro corto che sciattamente vengono diffuse nelle grandi aziende.

Nelle lotte e nella progettazione di questi nuovi spazi, allora, sarebbe interessante prevedere micro asili nido, spazi per il co-sitting e l’allestimento di zone allattamento. Tra le attività da realizzare con il reinvestimento degli utili bisognerebbe includere l’attivazione di servizi di conciliazione, di agevolazioni fiscali, di part time reversibili e altri incentivi economici per i padri, prima ancora che per le madri.

Per agire una trasformazione nel lavoro, per migliorare la nostra condizione di lavoratrici e lavoratori atipici, dobbiamo cambiare innanzitutto le nostre abitudini e sfidare quella mentalità, ancora così diffusa, che affida alle donne la cura e che pone a tutte l’aut aut tra genitorialità e lavoro.

Chiara Valentini (2012) I figli o il lavoro Feltrinelli, Milano
Eleonora Forenza (2012) Reddito di autodeterminazione e lavoro insubordinato Critica marxista 2012 n.2-3, pp. 35-41
Maria Cristina Bombelli (2010) Management plurale RCS Libri, Parma

 







 
 

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