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Cowork: e il rapporto con l’impresa?

 

Andrea Baranes
Banca Etica

Il discorso su coworking e nuove forme e organizzazioni del lavoro si lega strettamente alle riflessioni che si stanno sviluppando su quale sistema economico e quindi quale modello di impresa realizzare.

Semplificando, l’impresa può essere vista come un insieme di rapporti e di relazioni tra persone e sul territorio, o all’opposto come un insieme di contratti che ha l’unica finalità di massimizzare il ritorno per gli azionisti, un non-luogo asettico che risponde alle sole ragioni del capitale finanziario. Questa seconda visione si è fatta strada sull’onda della dottrina neoliberista. In inglese i due modelli vengono a volte indicati come shareholder’s value (valore per gli azionisti) che rimpiazza la stakeholder’s value, ovvero l’attenzione al valore e alle ricadute per tutti i portatori di interesse. Non solo gli azionisti / proprietari, quindi, ma sullo stesso piano le lavoratrici e i lavoratori, i fornitori, i clienti, la comunità di riferimento, il territorio in cui lavora l’impresa e per estensione (pensiamo agli impatti ambientali), l’insieme della società.

Il modello fondato sul valore unicamente per gli azionisti si impone di pari passo con la finanziarizzazione dell’economia. Negli ultimi 30 anni, in tutte le economie occidentali si assiste a uno spostamento della ricchezza dai salari ai profitti, e dei profitti dagli investimenti alle rendite. Questo doppio passaggio comporta un eccesso di capitali finanziari che devono trovare uno sbocco di investimento. Un fenomeno che si somma ad altri che contribuiscono a sottrarre risorse all’economia reale per trasferirla nel mondo finanziario. Uno dei più evidenti è la crescita dei fondi pensione, che da una parte trasformano un diritto in una scommessa finanziaria, dall’atra contribuiscono a sottrarre risorse ai lavoratori e alle imprese (il TFR utilizzato per alimentare i fondi pensione privati è un prestito forzoso del lavoratore alla sua azienda) per ingigantire la sfera finanziaria e il suo potere. Su questo piano il discorso si lega a sua volta a quello su mutualità e fiscalità.

In ragione di questi passaggi, oggi una enorme mole di capitali è alla spasmodica ricerca del massimo profitto nel minore tempo possibile. Questo porta da un lato alla trasformazione dell’idea stessa di impresa, dall’altro, grazie anche all’abbattimento dei controlli sui movimenti dei capitali e all’emergere dell’ingegneria finanziaria, alla realizzazione di una finanza fine a sé stessa. In ultima analisi uno dei motivi alla base della crisi esplosa con la bolla dei mutui subprime negli USA si può rintracciare nel ribaltamento dei rapporti di forza tra economia e finanza. Quest’ultima nasce e dovrebbe essere uno strumento al servizio dell’economia e della società. Al contrario, oggi è l’economia a servire una finanza che per sostenersi necessità di tassi di profitto irrealizzabili nel mondo reale.

La conseguenza diretta è un sistema finanziario che per non collassare deve continuare a prosciugare risorse a un ritmo crescente dal mondo economico. In concreto, questo drenaggio di risorse si realizza in diversi modi. Dalla mercificazione e progressiva finanziarizzazione dei servizi pubblici ed essenziali ai piani di austerità richiesti ai cittadini (dobbiamo accettare i sacrifici per “restituire fiducia ai mercati”), allo smantellamento dei diritti acquisiti nel mondo del lavoro. I continui attacchi allo Statuto dei lavoratori cosi come l’aumento della precarietà ne sono una diretta conseguenza.

Il percorso economico-finanziario trova una corrispondenza giuridica nel primato dei diritti di proprietà sui diritti d’uso. Nella visione neoliberista (ma in realtà il trionfo del diritto di proprietà di può fare risalire almeno a Locke), essere proprietario di un’impresa implica in automatico poterne disporre a piacimento. Da qui occorre partire per riaffermare i diritti dei lavoratori o del territorio di riferimento (basti pensare alle delocalizzazioni).

La risposta del sistema di pensiero dominante alle critiche di natura sociale o ambientale ha portato allo sviluppo della Responsabilità Sociale di Impresa – RSI (o Corporate Social Responsibility – CSR nel più usato acronimo inglese). Questo approccio si può riassumere nella decisione della stessa impresa di andare volontariamente oltre le disposizioni di legge per includere considerazioni di natura sociale, ambientale o sulla governance dell’impresa stessa. Un modello che in alcuni casi ha portato a dei passi in avanti, ma che presenta evidenti falle sia teoriche sia pratiche, prima tra tutte una responsabilità troppo spesso di fatto degradata a marketing, e, ancora prima, la possibilità per la stessa impresa di decidere quali sono le tematiche da prendere in considerazione, se e solo se non intacca i profitti.

Nel discutere di nuove forme di mutualità e organizzazione sociale, economica, dei diritti e dei tempi di lavoro, diventa allo fondamentale risalire alle cause degli attuali problemi e avviare un percorso su nuovi modelli in grado di superare l’attuale schema economico-industriale e soprattutto l’attuale dominio finanziario. Alcuni esperimenti esistono già, dalle reti di economia solidale (mettere in rete esperienze virtuose che possano rafforzarsi a vicenda, sia economicamente sia dal punto di vista ambientale, sociale e della tutela del lavoro) ad alcune forme di cooperazione sociale, allo shared capitalism negli USA allo sviluppo di modelli economici che si fondano sulla cooperazione sia tra imprese diverse sia all’interno dell’impresa tra imprenditori e lavoratori per superare le logiche capitaliste della concorrenza e sostituirle con forme di mutualità), a molti altri ancora. Spesso tali esperienze sono ancora limitate sia come analisi teorica sia come dimensione, a volte sono più strutturate e altre del tutto informali. Il punto comune è che permettono di intravedere possibili percorsi. Altri devono ancora essere messi in campo.

Necessitano di una piena partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori, e più in generale del territorio di riferimento di una data impresa, di una rottura degli attuali schemi economici e giuridici, di una organizzazione dal basso. In quest’ambito il percorso sul coworking e delle lavoratrici e lavoratori dell’immateriale può costituire un laboratorio per un nuovo modello finanziario, economico, giuridico, e prima ancora sociale e culturale.

L’attuale modello economico è fondato su regole pensate per tutelare ed espandere il capitale finanziario. Non è possibile pensare a una nuova organizzazione del lavoro se non si rimettono in discussione le cause degli attuali squilibri, ovvero le stesse regole del gioco. Oggi la speculazione domina la finanza; la finanza controlla l’economia; l’economia determina le scelte politiche; la politica impatta sulla vita delle persone. Il percorso da seguire è semplice: leggere al contrario la frase precedente e ribaltare completamente l’attuale scala di valori.

 







 
 

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