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Necessità della coalizione

 

Nel 2011, Roma è stata il crocevia dei movimenti dei lavoratori della conoscenza. L’occupazione del teatro Valle il 14 giugno scorso è una delle punte più avanzate di un sommovimento sociale in un mondo, per lo più invisibile e non rappresentato nel lavoro come nella società, dove vivono almeno 240 mila persone (ma i dati risalgono al 2008, quindi prima della crisi).

Parliamo di coloro che lavorano con la partita Iva, con i contratti di collaborazione, svolgono un lavoro nello spettacolo, nella consulenza, nella formazione, nella ricerca, nel commercio e dell’intermediazione, considerando anche la fortissima presenza delle comunità immigrate che lavorano nelle micro-imprese, nel lavoro domestico o di assistenza. Con una parola: il Quinto Stato.

Per Davide Franceschini, fotografo e artista, l’obiettivo è quello di promuovere e organizzare una “Freelancer Union” che possa essere realizzata anche in altre città italiane. Negli Stati Uniti, la freelancers union è il sindacato che tutela i diritti sociali fondamentali dei lavoratori indipendenti con un innovativo sistema di finanziamento tra pubblico e privato. Fondata dall’avvocatessa del lavoro Sara Horowitz a New York nel 1995 è diventata il modello di riferimento per gli indipendenti romani di Acta e di Aiap. Negli Usa la FU tutela almeno 150 mila persone con un’assicurazione e un sistema previdenziale integrativo, in cui non manca un innovativo sistema mutualistico e cooperativo che, ad esempio, permette ad un dentista – membro di FU – di erogare prestazioni ad un altro membro dell’associazione – che fa, ad esempio, lo studente.

“Questa esperienza – afferma Franceschini – nasce anche da una rielaborazione di molti nostri modelli sociali e culturali, il sindacalismo europeo ad esempio, e potrebbe essere un modello forte e abitabile per il Quinto Stato. Noi viviamo una condizione multipla, eterogenea e dobbiamo trovare strumenti contro qualsiasi corporativismo e veterosindacalismo”.

Al centro di quello che viene definito “Quinto Stato” c’è l’idea della “coalizione”.  la possibilità di diventare una nuova lobby. Il loro progetto è, al contrario, quello di costruire una società basata su fondamenta etiche, solidali, cooperative, ecologiche (in tutti i sensi).

“E’ il tessuto connettivo della produzione, come della socialità e della cultura in questo paese – sostiene Enrico Parisio di Aiap-Lazio – Ma questa condizione non ha nemmenpo una collocazione riconoscibile nelle statistiche dell’Istat”. Prendiamo ad esempio i “graphic designer”. Nel 2009 l’Istat li ha definiti “disegnatori artistici e assimilati”, inserendoli in una categoria che comprende anche gli scenografi, i pubblicitari, gli stilisti e i designer che si occupano di scarpe o di lingerie, per un totale di 81 mila persone in tutta Italia, il 70% con un’età inferiore ai 40 anni.

“Ciò che conta in questa attività – continua Parisio – non è solo la “prestazione”, quanto la “progettazione”. Quanto ci si mette, ad esempio, a fare un logo? Un giorno oppure un mese, dipende dalla tua cultura o dalla preparazione del tuo gruppo. Ma in Italia, di solito, vengono retribuite attività tangibili come una pagina web o l’impaginazione di un libro. La progettazione è invece solo un’idea, quindi non vale niente”.

Invisibili agli occhi del diritto, e indifesi davanti ai committenti (l’impresa, come la pubblica amministrazione), gli indipendenti hanno visto negli ultimi vent’anni “una costante erosione dei diritti e delle tutele. E questa situazione non riguarda solo i lavoratori della conoscenza, ma tutti coloro – italiani e stranieri – che svolgono mansioni o attività fuori dalle regole del lavoro salariato o da quello dipendente”.

Altro caso di auto-organizzazione degli indipendenti a Roma è quello dei traduttori editoriali. “Noi vogliamo riscoprire il mutualismo – afferma Marina Rullo, responsabile della sezione traduttori del Sindacato Nazionale Scrittori (Cgil) – e stiamo lavorando ad un nuovo sistema di mutuo soccorso“. Dallo stato, infatti, i traduttori come tutti gli indipendenti non hanno un’assistenza sanitaria e per loro la pensione è solo un miraggio. Allora hanno deciso, insieme alla società di mutuo soccorso “Insieme Salute”, di creare un piano di assistenza sanitaria integrativa (attivo dal 1 novembre scorso).

Agli iscritti sarà garantito un sussidio di malattia, un assegno di gravidanza da 250 euro, il rimborso per analisi mediche e ticket, oltre che un aiuto contro la perdita dell’autosufficienza. Per i traduttori la quota annuale è di 246 euro, per i loro familiari 12 euro. “L’idea è nata – continua Marina Rullo – perché come lavoratrici autonome non abbiamo nessuno dei diritti sociali assicurati ai lavoratori dipendenti. E’ chiaro che non si può supplire ad una grave mancanza dello Stato in maniera spontanea e così abbiamo scelto la strada del mutualismo”. A differenza della gestione separata dell’Inps, l’accordo garantisce ai traduttori il controllo sul fondo e la certezza che sia investito in maniera etica. “Il nostro progetto – conclude Marina Rullo – è di offrire convenzioni e servizi come l’assistenza legale specializzata in diritto d’autore”.

Al centro delle attività di questa Freelancer Union italiana dovrebbe esserci anche l’auto-formazione professionale, quella alle modalità del microcredito e “…un’alfabetizzazione finanziaria che rappresentano per tutti gli indipendenti, giovani e meno giovani, italiani e stranieri – e non solo per i lavoratori della conoscenza – un vero problema”. Per Silvestro De Falco, traduttore e membro di Acta-Roma, questo è un punto irrinunciabile per la costruzione di una nuova cittadinanza. “E’ un lavoro molto lungo da iniziare al più presto. Quello che ci penalizza di più, come indipendenti, non è solo la mancanza di coscienza della nostra condizione ma anche la mancanza di strutture che possano aiutarci a gestire meglio i frutti del nostro lavoro e a prendere decisioni consapevoli in materia fiscale e previdenziale, due aspetti fondamentali per la vita di tutti”.

Un altro settore rilevante è quello degli archeologi. Salvo Barrano, archeologo freelance e vice presidente dell’Associazione nazionale Archeologi (Ana), spiega una realtà fondamentale in una città come Roma, ma del tutto sconosciuta e vessata. Gli archeologi, infatti, sono pagati a ore o a giornata come i raccoglitori di pomodori. Nel paese che si vanta di avere la metà dei beni culturali del mondo, la loro professione non viene riconosciuta. Sono solo 350 gli archeologi che lavorano per le Soprintendenze, tutti gli altri si arrangiano con la partita Iva e le borse universitarie. I tagli alla cultura hanno decimato collaborazioni e contratti, e loro restano sempre più precari e inoccupati, sottopagati e senza diritti sociali.

“Un’esperienza politicamente raffinata come quella del teatro Valle occupato dimostra che esiste la possibilità di una gestione dei beni comuni alternativa al pubblico che condanna a morte il patrimonio culturale e al privato che lo condanna allo sfruttamento economico becero. I tempi sono maturi per creare una contaminazione vera per saldare il mondo dello spettacolo e della cultura senza la quale rischiamo di far morire i beni culturali, Ma io mi chiedo: quanto desiderio c’è nell’università, nelle Soprintendenze o negli enti di ricerca a comprendere questa sfida?”.

 







 
 

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