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Che cos’è il Quinto Stato?

 

1. Il Quinto Stato è l’universale condizione di apolidia in patria in cui vivono almeno 7 milioni italiani a cui non sono riconosciuti i diritti sociali fondamentali. Nella stessa condizione vivono almeno 5 milioni di cittadini stranieri che non possiedono tali diritti, e subiscono l’esclusione dai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato.

Questa definizione è ricavata dalle statistiche ufficiali (dati Istat 2010) e presuppone l’avvenuta separazione tra la cittadinanza e lo status tipico di un’appartenenza professionale, un’identità di classe, l’origine statuale del vivente, oltre che il suo rapporto con una comunità politica. Di questa scissione è possibile, ormai, fornire un ampio ventaglio di esempi, sempre e comunque parziali: innanzitutto il precario e l’atipico, detto anche parasubordinato, se vogliamo restare sul piano che descrive la condizione del Quinto Stato alla luce della posizione contrattuale del soggetto che lavora (o che non lavora).

Nelle cronache quotidiane, oltre che nei solidi convincimenti antropologici della sinistra, di qualsiasi tipo e ispirazione culturale, concentrata sul linguaggio e la cultura del sindacalismo prevalente (ormai l’unico discorso “di sinistra” riconoscibile ed accettato), la condizione dell’apolidia generalizzata e universale viene misurata in base alla posizione del soggetto, di qualsiasi soggetto italiano o straniero, rispetto al possesso di un contratto di lavoro. Ne deriva l’idea di una cittadinanza fondata sulla misura giuridica che prescinde dal lavoro svolto dal soggetto che detiene un contratto.

L’aberrazione di questa visione è il prodotto di una sanzione originaria: è cittadino solo chi possiede un contratto di lavoro, non importa quale lavoro sappia fare e, soprattutto, non importa la natura del lavoro in questione. Tale visione è, inoltre, il risultato di una confusione tra la condizione e il condizionato, cioè tra la vita del soggetto e la sua identità giuridica, peraltro ridotta ad uno status professionale fondato su un banale rovesciamento: quello tra una presunta condizione universale – è cittadino solo chi vanta un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, e comunque contrattualizzato – e un reale formalismo giuridico: è cittadino solo chi esercita un’attività regolata dalla rappresentanza sindacale, il contratto nazionale di lavoro, all’interno dell’impresa (quella della manifattura otto-novecentesca, ma non solo) oppure nella pubblica amministrazione. Sono questi i confini della cittadinanza all’interno dei quali non saranno mai rappresentati all’incirca 12 milioni di persone che vivono in Italia, oggi.

2. Il Quinto Stato è il risultato di un bando sovrano emesso a partire dalla precondizione fondamentale della cittadinanza: il suo radicamento in un’attività lavorativa o produttiva, la sua appartenenza ad un’identità basata sulla rappresentanza sindacale, la corporazione degli industriali, o di qualsiasi corpo sociale regolato da un ordine professionale, una lobby, un gruppo di pressione, senza contare il vasto assortimento di poteri sociali informali che sopravvivono nell’economia che regola la vita di un paese costituito dalle mille repubbliche legali e illegali.

Parliamo dunque di una condizione universale in cui le persone vivono in ragione della rottura del patto sociale fordista-keynesiano e, in generale, dalla cancellazione dell’idea che la cittadinanza sia il prodotto di un contratto sociale. Non è ormai più possibile immaginare che il soggetto della cittadinanza sia il punto di confluenza dell’identità politico-giuridica del soggetto e dell’esercizio delle sue competenze professionali. In mancanza della pienezza dei poteri, così come della rappresentanza sociale, non è nemmeno possibile immaginare la partecipazione di questo “soggetto” – o di ciò che ne resta – alla vita politica, coerentemente con quanto sostenuto da Aristotele nella Politica (I, 1252a).

Questa è l’illusione, alla quale credono ancora in troppi: esisterebbe dunque una città, una polis, costituita in vista di un qualche bene comune. Questa polis è tutto tranne che costituita dai diritti positivi acquisiti nell’esercizio di una professione, dato che sempre meno persone riusciranno a dimostrare di avere una professione, a lavorare, ottenendo in maniera legale un reddito da un’attività socialmente riconosciuta. La disintegrazione del patto sociale dalla quale nasce il Quinto Stato è dunque il risultato della rottura dell’intima complicità che avrebbe dovuto legare un soggetto ai diritti-doveri della cittadinanza laboriosa, quella elaborata lungo l’avventuroso percorso congiunto della rivoluzione protestante (da un lato) e della rivoluzione capitalistica (dall’altro).

Oggi, sono stranieri o barbari tanto i nativi italiani, quanto i migranti in Italia. Questi sono gli esclusi da un patto sociale ricavato dall’appartenenza ad una o più categorie della cittadella del lavoro: il lavoratore, l’imprenditore, il sindacalizzato oppure il lavoratore autonomo, senza contare la sinistra o la destra. Il bando che ha colpito questi apolidi in patria, o extraterritoriali in uno Stato, li ha anche allontanati dalle categorie moderne della filiazione e della socializzazione, così come dalle radici dell’appartenenza comunitaria, per non parlare di quella nazionale – morta e sepolta.

3. Hannah Arendt avrebbe parlato di paria. Rispetto a questa nobile, e tragica, figura della diaspora, stiamo assistendo ad un’enorme trasformazione, ancora del tutto incompresa. Il Quinto Stato non è composto solo da disaffiliati, banditi, o outcast, nè da identità marginali spazzate via. Al contrario, molti dei suoi esponenti, almeno quelli che ne hanno oggi coscienza, sono il risultato della scuola e dell’università di massa, hanno una professione, molto spesso vivono e lavorano nel “terziario avanzato”. Sono “professionisti”, studenti, laureati o comunque diplomati. Nel Quinto Stato sono inoltre comprese tutte le generazioni nate dal 1970, oltre che quella che ha iniziato a lavorare dopo il 1996 (l’anno della riforma previdenziale Dini), versa i suoi contributi nella gestione separata dell’Inps e, da oggi fino al 2040 (quando cioè avrà raggiunto l’”età pensionabile”), tornerà a vivere come nel 1349: povera, non tutelata, nè garantita, miserabile e vessata come le mute umane della prima modernità.

Questa singolare retroversione del vettore temporale è il risultato della deliberata decisione delle “classi dirigenti” europee di smantellare il Welfare State, compresa la cultura lavoristica che ha definito i confini della cittadinanza a partire dall’identità del soggetto laborioso. Tutti coloro che sono rimasti impigliati in questa piega del tempo, prigionieri di una criminosa invisibilità costruita ad arte, vivranno un’esperienza unica, forse mai registrata fino ad oggi nella storia. In maniera vittimistica se non proprio ipocrita, è stato detto che, per la prima volta dal Secondo Dopoguerra, esiste una generazione che starà peggio di quella dei padri. E’ certamente molto peggio.

Milioni di persone, e non solo in Italia, non godranno delle tutele e delle garanzie dello Stato sociale, nella sua versione paternalistica ed assistenziale, così come in quella premiale e universale. La loro forza-lavoro, la loro vita e intelligenza sono eccedenti e inassimilabili rispetto alle esigenze di un sistema produttivo pienamente finanziarizzato e indebitato. Dovranno affrontare anche il salto del tempo che li porterà a vivere come i banditi da un Re inglese, il quale non sopportava la libertà di movimento, l’indipendenza e la non-affiliazione dei singoli alle corporazioni, alle classi riconosciute, agli strati sociali che partecipano al patto sociale vigente e dalle quali sono stati espulsi. Poveri, senza diritti nè tutele, eppure “civilizzati”.

E così il Quinto Stato vivrà l’esperienza dell’apolidia di massa. In Europa, come nelle città degli Stati Uniti e non più – solo – nel Mediterraneo, o sul confine tra Messico e Texas. Per questa ragione il Quinto Stato è l’esperienza dei viventi, al di là dello status professionale, della classe sociale o dell’appartenenza nazionale o generazionale, che nei prossimi anni vivranno la disoccupazione di massa, l’espulsione dalla cittadella del lavoro (anche di quella precaria), la negazione di tutti i diritti fondamentali, oltre che la commedia degli equivoci di tutti quei governi che, in nome della pietas instillata dall’orrendo spettacolo delle moltitudini randagie, proveranno a fare qualche “riforma”, vincolandola però alla stabilità dei “conti” pubblici, alle esigenze dell’ordine sociale, al rispetto delle prerogative delle “parti sociali”.

4. Che cosa sta accadendo in Italia, rimpannucciata nel grigio loden dell’austerità? Qualcosa di molto ambizioso, e terribile, almeno a sentire le parole degli architetti della doppia riforma che, in tre mesi, ha cambiato il sistema previdenziale e quello del lavoro. “Riformare il ciclo di vita dei lavoratori” ha detto il ministro del Welfare Elsa Fornero. Incuriositi da questa declinazione della teoria del Nobel Franco Modigliani, che rifletteva sull’attitudine dell’individuo al risparmio in una certa fase della vita per poi consumare di più durante il pensionamento, ci siamo chiesti se il governo italiano non stia usando questa teoria in maniera metaforica.

Allungare l’età del pensionamento di sei anni e, contemporaneamente, aumentare le aliquote contributive ai lavoratori indipendenti e ai collaboratori, aggirando il problema del “precariato” proponendo l’apprendistato fino a 29 anni (47esimo contratto precario) significa effettivamente modificare – in soli tre mesi – il “ciclo vitale” di milioni di persone, garantiti e non garantiti, autonomi e precari, dipendenti e indipendenti.

Il tratto tanatopolitico di queste “riforme” può essere compiutamente apprezzato alla luce di un assioma: lavorare più a lungo, lavorare peggio, guadagnare sempre meno e, in tutti i casi dei nati dopo il 1970, non arrivare alla pensione contando sulla capacità di consumare di più. Nei fatti è il rovesciamento logico della teoria di Modigliani. Quello che resta sul tavolo è un esperimento tanatopolitico. Tutti coloro che, oggi, lavorano ad intermittenza non potranno, domani, godere di una pensione degna di questo nome. Nel 2040 non consumeranno nulla di quanto accumulato nel frattempo. E dovranno continuare a sopravvivere (a 70 anni, e oltre).

Un altro elemento può essere utile per spiegare questo progetto:

«Le implicazioni finanziarie del vivere più a lungo sono enormi: se nel 2050 la vita media si allungherà di 3 anni rispetto alle attese attuali, i costi già ampi dell’invecchiamento della popolazione aumenteranno del 50%».
L’età media si è allungata – si è letto nell’anticipazione di un rapporto del Global Financial Stability Report, del Fondo Monetario Internazionale diretto da Christine Lagarde – e questo è «molto desiderabile e ha aumentato il benessere individuale», ma di pari passo sono aumentati i costi collegati a una maggiore aspettativa di vita che i Governi devono sostenere in termini di piani pensionistici e assistenza sanitaria. Per l’Fmi il rischio è notevole, soprattutto in termini di sostenibilità fiscale (potrebbe fare aumentare il rapporto debito/Pil) e solvibilità di istituti finanziari e fondi pensione.

Se è dunque questo lo scenario, come valutare la decisione di riformare il “ciclo vitale” del lavoratore italiano? Sollevare gli istituti finanziari, i fondi pensioni, dal rischio di sostenibilità fiscale, in altre parole cancellare la possibilità di percepire la pensione, ed ottenere il rispetto del diritto all’assistenza sanitaria già durante la vita attiva del lavoratore. Le risorse che avrà nel frattempo versato per godere della propria pensione, o per l’assistenza, domani verranno usate oggi per allontanare il rischio di stabilità del sistema. In questa situazione si trova il Quinto Stato al quale non viene garantita nemmeno il diritto a curarsi oggi.

6. Diranno così: una riforma è “essenziale”, “ma non ci sono risorse”. Dobbiamo aspettare il 2017, quando la nuova “assicurazione sociale” (Aspi) entrerà a regime (un altro modo per definire l’attuale “sussidio di disoccupazione” inaccessibile per il Quinto Stato). Poi il 2025, fino appunto ad arrivare al big bang del 2040. Questa strategia della dilazione serve ad occultare una tragedia altrimenti indicibile, almeno con i parametri di una cultura che ha interiorizzato una superiorità rispetto ai secoli precedenti. Non è solo una questione di narcisismo generazionale, bensì la coscienza acquisita di ogni epoca storica che trova la propria identità stabilendo una discontinuità nella civiltà materiale, oltre che nell’avanzamento del pensiero. Il fatto di non ricevere una pensione, in futuro, e un reddito dignitoso nel presente (quello, almeno, derivante da un’attività diretta) è certamente uno choc culturale che tradisce l’idea di un reale avanzamento avvenuto dal Secondo Dopoguerra in poi. Ma è ancora nulla rispetto all’anacronismo storico che non tarderà a manifestarsi in tutta la sua crudeltà. La civiltà materiale resterà immutata e, se possibile, avanzerà ancora. Solo che resterà appannaggio di sempre più ristrette élites socio-economiche.

Un’esperienza non nuova, si dirà. Nuova sarà, invece, l’espulsione dal patto sociale e la trasformazione in apolidi di milioni di cittadini che hanno condiviso una parte, talvolta significativa, delle sue prerogative. Per questo, già oggi, non basta più descrivere il Quinto Stato nei termini di Arendt: il paria è un singolo che ha perduto la patria ed è inassimilabile rispetto a qualsiasi comunità. Il Quinto Stato è, invece, una moltitudine civilizzata inassimilabile rispetto alla cittadinanza sociale vigente. Il primo vive un’esternità assoluta rispetto al mondo. Il secondo, pur vivendo in questo mondo, ne è escluso. Per la prima volta da secoli, gli occidentali torneranno a fare un’esperienza di bando ed esclusione, proprio quando pensavano di averlo dimenticato. Davanti a questo infarto del tempo, vero sussulto nel cuore di una residuale filosofia della storia, ci saranno vittime, il dolore sarà immenso tra i figli e i padri e le madri e le sorelle.

Noi rispondiamo alla responsabilità per la vita che si sta autodistruggendo.

7. A passare inosservata nei primi anni della crisi iniziata nel 2007 è la fine del vincolo giuridico, come di quello comunitario, che ha spinto a credere che ogni nuovo nato avrebbe trovato posto in una comunità. Considerato da entrambi i punti di vista, questo vincolo avrebbe soddisfatto l’ansia di rinnovamento della comunità, così come la necessità di produrre beni e merci della sua economia. Così non è mai stato, in realtà, visto che sono da sempre spuntati ostacoli per riconoscere pacificamente il patto tra diversi, tanto nella tradizione giusnaturalistica, quanto in quella positivistica. E ciò ha comportato l’inclusione differenziale del “diverso”, straniero o cittadino che non rispetta le prerogative della cittadinanza laboriosa.

E’ chiaro che i princìpi fondamentali della cittadinanza sono sempre stati beni condizionati. I singoli li hanno dovuti rispettare per potersi affermare o essere riconosciuti. Ma oggi che il patto sociale fordista è estinto, e con esso il simulacro costituzionale che lo avrebbe garantito entro certi termini, mentre lo Stato sociale è stato ridotto ai minimi termini in primo luogo dalla sua deriva burocratica, e poi dallo spietato attacco dei neo-liberismi, la cittadinanza è diventata un bene raro ed esclusivo, dato che non può nei fatti essere garantita da un investimento produttivo, o da un equo scambio comunitario tra diritti e doveri.

Questo, oggi, è un problema anche per i padroni della cittadinanza, e non solo per i suoi esclusi. Viene dunque il sospetto che il Quinto Stato sia ricavato dai ritagli dell’orlo di un’identità negata, inoperosa, passiva e in attesa di redenzione. Ma se volessimo considerarlo come la chiave della crisi attuale, e considerare seriamente la sua genealogia, allora il Quinto Stato riporterebbe alla luce un’attitudine non del tutto sconosciuta ai suoi stessi antenati: in primo luogo al “Quarto Stato”, il proletariato moderno, di cui esso è il lontano figlio illegittimo ed eretico. Parliamo dell’attitudine fondamentale del cosiddetto “lavoro indipendente”, cioè l’autonomia e la mobilità delle persone tanto sui territori, quanto tra le professioni, o le classi, esistenti. In Inghilterra, come in tutta Europa tra il 1349 e il 1795, e naturalmente oltre, il lavoro indipendente venne ridotto ad un sistema di obbligazioni prive delle tutele essenziali, garantite invece ai maggiorenti della città e delle professioni.

Questi “professionisti” che lavoravano in autonomia avrebbero dovuto sincronizzare il loro tempo di vita su quello del sistema di cooptazione, centrato sulla volontà e sulle esigenze del maestro, del mercante o del latifondista. Oggi, come ieri, tutti i conflitti nacquero dall’irriducibilità della libera forza lavoro, rispetto alle regole corporative del sistema dei mestieri, protetti dalle autorità. Considerata in quest’ottica, la condizione del Quinto Stato si distacca dall’idea del lavoro, assoggettato in termini esclusivi a quello del contratto come del bene comune per la cittadinanza, che comporta la spiacevole conseguenza (per i diretti interessati) di un’antropologia negativa basata sulla nuda vita, sulla passività e derelizione del vivente sospeso alla speranza – o al desiderio – di una subordinazione lavorativa definitiva. Ammesso che questo in passato sia mai stato vero – il lavoro dipendente, così come quello salariato, è un’”invenzione” relativamente recente – bisogna essere inflessibili e radicali su questo punto.

Da oggi al 2020, quando cioè l’economia tornerà a crescere senza produrre occupazione stabile, la vita del Quinto Stato, cioè della maggioranza della cittadinanza, deve essere intesa per quello che è sempre stata: una vita attiva, indipendente e cooperante alla ricerca di un patto di cittadinanza non condizionato all’esercizio corporativo di una professione, all’appartenenza ad una classe predeterminata.

8. Apolide, e non paria, è il Quinto Stato poiché nella sua vita attiva, fondata cioè su un’idea di attività costituente, sulla reinvenzione delle forme del lavoro, e dell’associazione o consorzio federativo tra i diversi, emerge – con molta difficoltà – il desiderio di una nuova uguaglianza e l’affermazione della propria libertà individuale (di pensiero, sul lavoro, economica, sociale). Nel suo nome, dunque, il Quinto Stato porta con sè il desiderio di un’altra città, liberata dai vincoli corporativi e comunitari, la necessità di affermarsi al di là dei limiti della cittadinanza. nel suo nome il Quinto Stato riporta il conflitto tra lo status della cittadinanza e la presa di coscienza di una condizione comune. Per sua costituzione, il Quinto Stato nasce dall’estrema diffidenza rispetto ai vincoli della cittadinanza, che lo condannano all’invisibilità e alla più atroce povertà. La ferocia del silenzio che lo travolge, e la carenza di una coscienza di “essere Quinto Stato”, trova riparo in identità parziali: “precario”, “neet”, “giovane”, “disoccupato”.

Il disprezzo con il quale le classi dirigenti, e il governo Monti, ricoprono queste “categorie” dovrebbe consigliarne un uso, per così dire, “più sobrio” da parte dei diretti interessati. Il Quinto Stato si inscrive nella rivendicazione della vita attiva e non sul consolante rifugio nel vittimismo di una vita passiva in attesa di redenzione. Questo atto politico è l’espressione di una genealogia estranea all’identità parasindacale o neo-imprenditoriale e, in generale, teologica (non estranea nè all’una nè all’altra, come si può dimostrare con Weber), il Quinto Stato deve essere distinto sia dall’esodo che dalla diaspora. Esso è una fuga sul posto, anche perché non saprebbe dove andare, visto che la crisi ha uniformato il mondo ad un unico modello di cittadinanza.

E se volessimo andare più a fondo di questa crisi, raggiungendo così le radici stesse del Quinto Stato, scorgeremmo la possibilità di vivere oltre la logica socialdemocratica o capitalista, lontano dall’idea che la cittadinanza sia solo il risultato di una subordinazione.

Roberto Ciccarelli

Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata su “Critica Marxista” 1/2012

 







 
 

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