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Luciano Bianciardi: epifanie del Quinto Stato

 

“Terziari, anzi quartari”. Inizia così una delle più potenti invettive di Luciano Bianciardi contro l’industria editoriale, e i suoi principali attori, compreso il “giaguaro” che lo ha appena licenziato. Raggiunto il cuore parossistico de La vita agra, quando l’editor strascica i piedi dove invece dovrebbe camminare solo a mezzo metro da terra, Bianciardi lancia la accusa infamante: sono vaselina pura. “Io strascico i piedi – scrive – e poi mi muovo piano, mi guardo intorno anche quando non è indispensabile. La verità, cara mia, è che le case editrici sono piene di fannulloni frenetici, gente che non combina una madonna dalla mattina alla sera e riesce, non si sa come, a dare l’impressione fallace di star lavorando. Pensa, si prendono pure l’esaurimento nervoso”.

Gli antenati di quelli che oggi chiamiamo “lavoratori della conoscenza”, knowledge workers, volevano diventare vescovi, cripto-baroni, segretarie particolari, igieniste dentali e così via, seguendo tutta l’ampia gamma dell’opportunismo sociale dei senza lavoro o del cinismo da combattimento dei precari sempre sull’orlo di un’assunzione promessa e mai realizzata. Il punto dirimente per Bianciardi è che i “quartari”, a differenza degli artigiani che creano dal nulla o degli operai che trasformano la materia, non producono nulla e, quello che è peggio, non esiste metro o giudizio possibile che possa misurare il valore del loro lavoro.

Non esiste cioè un metro di misura possibile per dare una forma, una retribuzione, un riconoscimento materiale alla loro attività. Il “quartaro” volteggia, primeggia, si mostra e sgomita, ed è sempre in prima fila per ricevere l’applauso o per inghiottire una prebenda, una promozione. A quarant’anni dalla scomparsa di Bianciardi il carattere indocile, e quasi sempre intollerabile, l’antropologia negativa del lavoro della conoscenza, è sempre lo stesso e, anzi, è stato complicato dall’economia fallocentrica imposta dal berlusconismo e dai fantasmi che ha proiettato sui corpi femminili. Se c’è una politica nel “quartario” bianciardiano, quella serve a “fare carriera”, ieri come oggi.

Nel paese in cui esistono lavoratori senza lavoro, pesci boccheggianti o acrobati del nulla che per comodità – e cattiva coscienza – continuiamo a chiamare “precari”, la definizione profetica di Bianciardi è impietosa, ma realistica. Uno dei lasciti del nostro berlusconismo psichico è che, se ancora un “lavoro” esisterà, in fondo sarà quello di ungere le ruote per soddisfare le ansie e le voglie di un «Papi» qualunque. Questo è il dilemma bianciardiano dell’integrazione: o si appartiene ad una corporazione, ad uno status, allo stile di vita, oppure non si esiste socialmente né lavorativamente.

Questo dilemma, al quale lo scrittore non ha dato risposte se non in via aporetica, si regge però su un’identificazione mancata. Il lavoratore della conoscenza che non produce né trasforma nulla, non appartiene ad una “classe”, ad un sindacato, insomma ad una condizione riconoscibile per la società costruita sull’imperativo del lavoro dipendente. Ed è per questo che deve fingere di appartenere a qualcosa, mostrarsi allo sguardo di un Altro che dà valore e senso alla sua vita che coincide con il suo lavoro.

Agli inizi degli anni Sessanta, quando Bianciardi scrisse La vita agra, non era nemmeno immaginabile che questo dilemma dell’integrazione potesse accomunare almeno 6 milioni di persone (i dati sono dell’Istat nel 2010, un terzo della forza-lavoro “atipica” in Italia) e 5 milioni di migranti che lavorano e versano i contributi all’Inps, senza speranza di essere tutelati in alcun modo. Il “lavoratore della conoscenza” possiede un’identità ben definita: è il precario contemporaneo o, più in generale, il lavoratore indipendente e può essere studente, consulente, traduttore, grafico, ricercatore, e anche imprenditore, socio di cooperativa, infermiere si occupa dell’intermediazione tra l’impresa e il cliente, tra l’istituzione e il cittadino o la formazione e chi viene formato, rientra in una società di formazione relativamente recente che possiamo definire “Quinto Stato”.

Di nazionalità e culture anche molto diverse, il Quinto Stato svolge un ruolo essenziale sia nella società del “terziario avanzato” che in quella della manifattura avanzata. Egli produce “oggetti” di nuovo tipo: prestazioni linguistico-virtuosistiche, saperi, immaginario, capacità di costruire soggettività, senso, interpretazione e mediazioni, relazioni di cura. E ciononostante questa sua identità che non è giustificata dal lavoro, né dalla cittadinanza, ma dalla sua attività vivente, non ha alcuna speranza di essere riconosciuta dallo Stato come dal mercato, se non appunto come “vaselina”. Si dirà che il nuovo governo apporterà delle soluzioni alle distorsioni di un “mercato del lavoro” costruito sul “dualismo” tra vecchi e giovani, garantiti e non garantiti contro il quale appronterà un nuovo sistema di ammortizzatori sociali.

Questo è in realtà il belletto usato per occultare la radice del problema che non è semplicemente quello di garantire una pur necessaria continuità di reddito o una ricompensa monetaria al termine del contratto, ma di determinare il valore di una prestazione che eccede quella determinata dalle attuali norme sul lavoro “atipico” o “parasubordinato” (dizione con la quale oggi si intende sia il precariato che il lavoro autonomo). È un valore solo monetario? E questo valore di quali garanzie e tutele sociali ha bisogno? Domande alle quali si stenterà ancora a lungo a dare una risposta. Non si tratta semplicemente di stabilizzare un “lavoro” che non rientra nel contratto nazionale, come quello precario, e nemmeno di separare il grano dal loglio stabilendo chi è una “falsa partita Iva” da un “vero” lavoratore autonomo. Oppure di aumentare il costo del lavoro precario per spingere le imprese ad assumere il “quartario” di turno.

Intervenire a valle del problema, una volta che il mercato e la volontà del legislatore hanno ormai frammentato a dismisura i “quintari” del Quinto Stato, serve a dare una piacevole illusione ottica di efficienza ed equità. Bisognerebbe, al contrario, intervenire a monte, lì dove viene deciso il valore delle attività prodotte dal Quinto Stato e pensare che, se una soluzione esiste, può essere immaginata solo a partire da una trasformazione dell’intero sistema delle garanzie e delle tutele tanto per i lavoratori subordinati a tempo indeterminato, quanto per quelli precari.

Il dilemma dell’integrazione che condanna all’invisibilità pubblica il Quinto Stato, e alla frustrazione e denigrazione privata delle proprie attività, può essere affrontato solo partendo dal riconoscimento dei suoi diritti sociali.

Roberto Ciccarelli

 







 
 

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