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Luciano Bianciardi: incanto della storia, disincanto della vita

 

«Caro Professore, il ritardo della mia risposta non è per cattiva volontà. Vede, io ormai sto a Milano meno che posso. Coi soldi che ho guadagnato dal libro ho comprato un appartamento qui vicino a Rapallo, al piede delle colline e mi ci trovo parecchio bene. Faccio un salto su, nella capitale morale, ogni tanto, anzi meno che posso e poi ritorno qua, dove lavoro, passeggio e ho giornate lunghissime».

Così esordiva Luciano Bianciardi in una lettera inviata a Delio Cantimori sul finire del 1964. Un frammento di vita che restituisce molto del tormentato universo bianciardiano e assume un valore originale per il prestigio dell’interlocutore con il quale lo scrittore si confidava, mostrando un affetto capace di far da argine al precipizio di disincanto che, a quella data, aveva iniziato a trascinare nel baratro ogni relazione di Bianciardi col mondo esterno.

Dopo anni di sofferenza, il successo era finalmente arrivato; la Vita agra del 1962 aveva catapultato Bianciardi in vetta alle classifiche, lo aveva sommerso di gloria e fatto guadagnare molto. Lo scrittore aveva voluto riscoprire le antiche «sensazioni della giovinezza» ritirandosi a Rapallo, ma rimaneva la delusione perché la rabbia sapientemente distillata nel romanzo era divenuta spettacolo inoffensivo. Eppure, il libro era «incazzato» e voleva programmaticamente «far incazzare». L’intera trilogia (Il lavoro culturale, L’integrazione, La vita agra) pare rivelare l’intenzione di Bianciardi di smascherare le insidie tese a trappola nel variegato mondo dei ‘quartari’, cioè i nuovi lavoratori dell’industria culturale che non creano né trasformano. Pur così pieno delle rivendicazioni dei subalterni del lavoro vivo, di quei minatori di Ribolla che era salito su a Milano per vendicare, Bianciardi voleva trasmettere nel romanzo il disagio e l’asfissia individualistica che il miracolo italiano aveva riservato in sorte all’intellettuale e, con la stessa ‘furia’, chiamare i lavoratori dell’immateriale ad insorgere e coalizzarsi, anticipando la consapevolezza nella ricerca di autonomia e indipendenza che pervade ora il programma civile e politico di quello che è stato chiamato il ‘Quinto stato’.

Rispetto a questo quadro di livido disincanto, la figura di Cantimori sembra non risentire del sarcasmo di Bianciardi. Lo storico degli eretici aveva attraversato le diverse fasi dell’Italia novecentesca sempre in una posizione di prestigio e ora anche di vertice nel mondo editoriale a cui guardava la cultura italiana più impegnata. Ma questo ‘profilo pubblico’ non attirava l’attenzione di Bianciardi, non lo induceva a esercitare il suo cinismo.

Vale la pena portare alla ribalta questa pagina di vitale amicizia fra lo scrittore grossetano e lo storico di Russi iniziata nel 1946 al corso di storia della Normale di Pisa dove Bianciardi era arrivato dopo la guerra, quasi per caso. È lo stesso Bianciardi a ricordare con tratto lieve come proprio Cantimori fosse stato il «più buono, il più paterno» fra i suoi professori alla Normale. È il maestro burbero e affettuoso, il «fratello maggiore» capace di educare senza plagiare, il professore che sa contenere la presunzione dei migliori per incoraggiare a prendere parola i più timidi, chi si difende col silenzio. Bianciardi, uno di questi, a Cantimori offre il proprio senso di inadeguatezza come studente di storia «e come tutto», per averne in cambio comprensione e libri da studiare. L’apprendistato alla Scuola pisana, consente a Bianciardi di respirare una cultura umanistica che riparava ai torti della guerra combattuta: è la «scuola di democrazia» dove conosce per la prima volta il pensiero di Gramsci, che incrina dentro di lui l’egemonia crociana, e dove impara da Luigi Russo che l’etica civile non si alimenta di solo studio, ma scendendo nelle piazze a «discutere e litigare».

Tuttavia, la competizione latente, l’assedio delle pressioni del mondo esterno, la «congenita mancanza di calore» della Normale avevano insegnato al giovane Luciano anche l’impossibilità di credere ad isole felici. Il brutale allontanamento di Russo dalla direzione della Normale operato da Gonella nel 1948 si palesa a Bianciardi come il primo atto del «colpo di stato cattolico» in Italia. A ferirlo di più era stata la volontà dei democristiani di spezzare quel legame di solidarietà intergenerazionale che si attua nella comunicazione di saperi e poteri fra vecchi e giovani, per privare entrambi di libertà. Un’esperienza di autonomia che lui, in qualche misura, aveva sperimentato attraverso la guida di Cantimori che da fratello maggiore lo aveva «preso per mano» per aprirlo ai misteri della Scuola e della storia, intesa come interpretazione della realtà.

Il Cantimori delle lettere vive quindi soprattutto in una dimensione privata. Fin dalla prima lettera del 1953, Bianciardi non ha più nulla da chiedere all’illustre professore; non è lo zelante allievo che attende il concorso o lo studioso che mira alla prestigiosa pubblicazione. La loro è una relazione confidenziale la cui cifra può essere quell’eresia dal primo vissuta come stile di vita, dall’altro studiata come forma di vita. Per questo, nelle lettere, anche quando le necessità impongono una distanza, Bianciardi insiste sempre nel ricordare la forza del magistero di Cantimori, senza una parola sull’attualità; è il ricordo della curiosità e dell’apertura intellettuale, la capacità di Cantimori di trasmetterle a fare la differenza, la sua umanità a suscitare la «venerazione», come scrive nella dedica al libro I Mille presente nella biblioteca pisana di Cantimori.

Da qui la riconoscenza: «la ringrazio tanto – scriveva ancora Bianciardi nella stessa lettera citata sopra – di avermi ricordato, di ricordarsi, ma principalmente di non aver scordato mio padre, che era una persona per bene, ma sul serio. Anch’io mi ricordo di lei, caro professore, e le stringo affettuosamente la mano». Ed ancora l’11 marzo 1965, quando la malinconia sembra aver oramai dilagato e la salvezza affiorava nel ricordo di un volto pulito: «Non ci sono grosse novità, qua ai piedi dell’Appennino. Vado di rado a Milano, e ogni volta ne scappo con disgusto. Non ci so proprio stare, mi sembra tutto finto, oltre che brutto. Preferisco la solitudine della mia famiglia, quaggiù. Ma ora la lascio. Troppo presto, lo so. Con la promessa di farmi vivo ancora e presto. Mi vuol salutare la signora Emma? Ricordo la sua faccia pulita, e perciò rara».

E tuttavia, il legame che l’esile corrispondenza rivela sembra essere qualcosa in più dell’affetto, è piuttosto l’epifania di un’alleanza. Per lo scrittore grossetano, Cantimori rappresentava il testimone di un mondo che stava finendo (lo scrisse in morte di Russo) e proiettava su di lui e sulla sua generazione la responsabilità di affrontare la lotta quotidiana. Proprio come quei riformatori sociali, «in parte utopist[i], sempre cosmopolit[i], razionalist[i], spesso giacobin[i], di cui aveva appreso dalla viva voce di Cantimori nel corso alla Normale del 1946. Uomini che avevano trasportato da un secolo all’altro l’idea di una riforma della società che contemplasse «l’instaurazione di nuovi principi e sistemi sociali», battendosi contro coloro che volevano piegare l’idea di riforma in chiave romantica, «antindividualista, non più cosmopolita ma nazionale e politica».

Ed è qui il punto tragico della consapevolezza di Bianciardi e l’inizio della sua fuga sarcastica: l’idea che i tempi moderni, dominati dalla «pianurizzazione della vita associata» e da una classe dirigente intercambiabile, dietro l’alibi del progresso, inseguissero assurdamente la mediocrità rinunciando a qualsiasi differenza. «Guardati dalle chiese – fa dire Bianciardi ad un suo interlocutore immaginario –, da tutte le chiese, specie da quelle moderne, dai partiti-galera, dove si annulla l’individualità in nome della massa». Un conformismo colpevole ma ineliminabile nel suo fondamento «politico-economico-social-divertentistico», a cui contrapporre un «neo-cristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio».

L’unico antidoto all’Italia conformista e stordita dal culto del lavoro era la sottrazione, una vivifica immobilità e il rifiuto dei bisogni indotti. Forse per questo Bianciardi inseguì il mito di David Lazzaretti custodito dalla comunità che in suo nome ancora popolava il Monte Amiata. Come il Buonarroti di Cantimori o gli eroi risorgimentali, Bianciardi invocava la rigenerazione e un moralismo nuovo e antidogmatico, «problematico, impegnato, pensoso, eretico, in una parola» in grado di sostenere una nuova forma di coalizione sociale, come era stato a Milano durante le Cinque giornate quando tutti vissero di reciproca solidarietà e «ciascuna casa era la casa di tutti».

In forme e modi diversi, Bianciardi sembra maturare la convinzione che adesso stava a lui e alla sua generazione battersi «per il sollevamento, per il risorgimento, diciamolo pure, di questa Italia, anche di questa Italia». Chissà, forse questo spiega perché i suoi ultimi lavori usarono la narrazione storica come chiave per interagire con il mondo, quasi che l’irrecuperabilità del tempo presente si potesse sanare solo con la riscoperta di un passato di lotte. Bianciardi recuperava la lezione di Cantimori, questa volta prendendo lui per mano i propri lettori. Sicché, avviato ormai a spegnersi, reagì con rabbia di fronte all’evidente uso strumentale del Risorgimento che ne faceva la televisione e la politica, come oggi attenta più al proprio tornaconto che a quello della verità storica. E dunque, di fronte ad un Risorgimento oleografico in cui tutti «andavano a braccetto» e magari invocavano i ‘sacrifici’, Bianciardi riproponeva la salvifica necessità del conflitto: per lui il Risorgimento aveva anticipato il ’68 portando l’immaginazione al potere, insegnando a vivere liberi ed eguali.

Scettico sulla propria generazione di reduci, (lo stesso Cantimori, ricorda Bianciardi, aveva più fiducia nelle nuove generazioni che nella propria) Bianciardi nutre invece ottimismo per la grande vivacità giovanile, «anche quando si chiamano provos e ripetono, in chiave da operetta, i motivi di una protesta nota da sempre e che non scalfisce il sistema, anzi finirà per rafforzarlo». La protesta è una merce se non riesce a sottrarsi al dominio della ripetizione, perciò Bianciardi, nei panni di «Marcusalemme» (cioè senza paternalismo), invitava i giovani a rimuovere i limiti fissati dalla morale, prima discutendo la nozione di follia, poi additando negli zingari l’archetipo della ribellione in ragione del loro rifiuto del lavoro, la «peggior maledizione della civiltà nostra».

In un articolo sulla rivista “per soli uomini” «Kent», rispondendo alle critiche di un giovane lettore che si firmava Saint-Just, Bianciardi, prendeva a modello proprio l’esperienza rivoluzionaria francese e si mostrava convinto che anche in Italia la rivoluzione fosse attuale. La lettura attenta dei moti giovanili, delle mille proteste che scuotevano il paese e tenevano la piazza da alcuni anni, gli faceva dire che la rivoluzione era davvero scoppiata anche in Italia; l’importante ora era non chiuderla. In fondo, scriveva, sono le trovate fantastiche quelle che vincono. Per essere liberi, scriveva Bianciardi, occorreva ribellarsi contro l’autorità e fare la rivoluzione contro l’ordine sociale; prima sottrarsi e sfuggire alla potenza, poi rovesciarla e distruggerla, senza mai abbandonare il sorriso: «la rivoluzione si fa in mille modi, purché sia contro il sistema. Purché una volta distrutto il potere, non lo si sostituisca con un potere nuovo. No, l’unica salvezza per la rivoluzione sta nel non cessare mai. L’unica rivoluzione possibile, insomma, è la rivoluzione permanente [...]. Sì, la rivoluzione è già scoppiata. Facciamo in modo che duri eterna».

Alessandro Guerra

 







 
 

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