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Luciano Bianciardi, il pane e la pentola: ripensare il lavoro della conoscenza

 

Mi è capitato d’incontrare Bianciardi una sola volta, per pochi minuti, ad un ritrovo a casa di amici. Lui era già noto ed io alle prime armi, ambedue a livelli diversi collaboratori delle stesse case editrici, ambedue abitanti del quartiere di Brera, lui sopra il bar “Giamaica” con artisti e fotografi che sarebbero diventati famosi, io in fondo a via Solferino, angolo Largo Treves, in quella che era chiamata “la Comune n.2”, uno dei luoghi dove a Milano si preparava la stagione operaista.

Da noi ci dormivano i compagni dopo le riunioni di “Quaderni Rossi”, vi trovava qualche volta rifugio gente scappata da dittature, un giorno ci chiese un letto uno che sarebbe diventato capo di uno stato africano. Erano quelli del “Frantz Fanon” a portarceli, facevano un gran lavoro con i focolai rivoluzionari del Terzo mondo (allora si diceva così). Noi invece eravamo fissati con la classe operaia dei paesi avanzati, quella che la sinistra di un po’ tutte le risme considerava allora “integrata”.

C’erano state le lotte degli elettromeccanici a Milano nel 1960, avevano aperto un’epoca, dando inizio a quel ciclo che si concluderà alla Fiat nel 1980, vent’anni dopo. Nel ’63 un altro sciopero per il contratto degli elettromeccanici milanesi (70 mila erano!) aveva scosso la città. I nostri compagni avevano distribuito nei cortei materiale dei “Quaderni Rossi”, volantini scritti anche in via Solferino.

Ugo Mulas, Bar Giamaica, Milano 1953-4

L’incontro fuggevole con Bianciardi di due sfigati abitanti della “Comune2” deve essere avvenuto proprio allora. E ricordo che a sentir raccontare la nostra quotidianità, di gente che si dava da fare sul fronte, diciamo, “antagonista”, a sentir dire cosa accadeva a due passi da casa sua, il Nostro rimase senza parole, guardandoci con diffidenza come se pensasse “questi mi stanno pigliando per il culo” oppure, chissà, che si trattasse semplicemente di un’altra forma di bohème “politicizzata”, diversa da quella cui era abituato lui, la bohème “artistica”.

Era uscita da un anno “La vita agra” e per noi era stata come il pane. Bianciardi era stato capace di rappresentarvi perfettamente la figura dell’Intellettuale di sinistra, proprio quello che volevamo cercare di non essere. L’aveva dipinta così bene che quella maschera è entrata definitivamente nel repertorio della commedia italiana. Ma anche lui, in fondo, non era riuscito ad uscire da quel mondo.

Lo stupore ai nostri racconti era di chi non si era ancora accorto di ciò che bolliva nella pentola della società italiana. Per riuscire a liberarsi dal ruolo che la società assegna all’”intellettuale” ci vuole parecchio di più che una presa di posizione, occorre cambiar vita. Ed è il modo migliore per arrivare a costruire un sistema di pensiero, dunque per tornare al ruolo di intellettuale ma come lavoratore (della conoscenza) accanto ad altri lavoratori.

Detto questo, ce ne fossero di Bianciardi al giorno d’oggi! “La vita agra” è uno dei pochi libri italiani degli ultimi 50 anni da conservare in biblioteca.

Sergio Bologna

 







 
 

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