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Luciano Bianciardi: Il lavoro culturale dai quartari al Quinto Stato

 

Fa sempre un certo effetto rileggere Luciano Bianciardi. L’intera, troppo breve vita e gli infiniti lavori culturali di Bianciardi sono stati e rimangono un mònito contro tutti i conformismi ideologici: un permanente atto di accusa contro l’industria culturale del tardo-capitalismo. Che fosse l’industria culturale della provincia chiusa tra i «localisti», sterili eruditi, e «la “crema” o con arguzia popolare la “cacchina”», che si riunisce per giocare a canasta: gioco «degno del nostro ceto medio, già in via di avanzata colonializzazione». Piuttosto che quella della Milano degli anni ’50 e ’60 del Novecento, capitale culturale dove si discetta della «grossa iniziativa», per rimanere ingabbiati e sconfitti nella peggiore integrazione. Siamo sempre nel cuore potente di una critica radicale, a volte distruttiva, sempre sarcastica, nei confronti del sistema culturale e politico di un’Italietta pericolosamente sospesa tra le false sicurezze di una modernizzazione iper-consumistica e l’irreparabile perdita di innocenza, anche delle sue classi subalterne e dei territori più incontaminati.

Soprattutto perché, come ebbe a dire lucidamente Beppe Sebaste, «a rileggere Bianciardi (o a leggerlo di corsa, per chi non lo avesse ancora fatto) si è turbati dall’anticipazione cruda e consapevole dell’infelicità esistenziale e politica in cui ci dibattiamo oggi»; dalla sua capacità di parlare di ciò di cui tuttora «è difficilissimo parlare: il lavoro, i soldi, il bisogno economico, l’alienazione, e soprattutto quell’evidenza delle cose e della vita la cui enunciazione è agli antipodi del linguaggio e dell’agenda dei politici». Sempre contro, spesso isolato e provocatore, ma anche lucido narratore di un’altra storia risorgimentale italica – a fianco del suo amato Garibaldi; quindi indefesso provocatore culturale di una qualche possibile rivoluzione: questo è Luciano Bianciardi nei suoi scritti e nella sua biografia di intellettuale e letterato eretico, sapiente affabulatore, critico e fustigatore del miracolo economico italiano, che vive «esiliandosi nella letteratura»; spietato analista delle forme assunte dal lavoro culturale, vissute sulla propria pelle, come anticipazione delle attuali forme di vita dei lavoratori della cultura e dell’intelletto, nell’oramai falsa retorica della “società della conoscenza”.

E con Bianciardi siamo negli anni di passaggio tra i ’50 ed i ’60 del secolo scorso, quando un’intera generazione di intellettuali in formazione si riversa dalla provincia nelle capitali del lavoro culturale (oggi diremmo cognitivo): dalla Grosseto-Kansas City alla Milano dei giornali e dell’editoria, o alla Roma della politica, ma anche dell’accademia, del cinema e della televisione: della nascente società dello spettacolo. Lì si vanno formando quei lavoratori neanche più terziari, ma «quartari» (i pubblicitari, i creativi), che «non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura». Ecco i nuovi lavoratori dell’immateriale, al servizio di una produzione di immaginario simbolico del semio-capitalismo. Perché «nei nostri mestieri è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. […] Non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su, insomma diventare vescovo. In altre parole a chi scelga la professione terziaria o quartaria occorrono doti e attitudini di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere».

Ecco con un solo passaggio sarcasticamente descritta la deprimente condizione delle forme del lavoro culturale e del fare politica, dinanzi al potere oppressivo dello «Stato dei partiti» e all’affermarsi di un individualismo spietato da parte di quelli che avrebbero dovuto essere i lavoratori creativi. È l’epoca della grande trasformazione politico-culturale della nostra penisola: «il periodo che va dal ’57 al ’62 è stato quello della massima trasformazione dell’Italia, il periodo che per la mentalità e i consumi degli italiani, per i loro modelli di comportamento e i loro valori risulta a ritroso il più rilevante nella storia della nazione; una vera, enorme, radicale rivoluzione antropologica». Per capirci quelli sono anche gli anni in cui Federico Fellini realizza i due capolavori che dalla provincia della costa romagnola approdano alla capitale: I vitelloni (1953) e La dolce vita (1960) della quale quella agra di Bianciardi sarà il controcanto. Così nel 1962 esce un altro splendido libro di narrazione della nevrosi industriale che assale il Paese in quegli anni: Memoriale di Paolo Volponi, che molti anni dopo pubblicherà La strada per Roma (1991, ma che lo stesso Autore ha confessato di aver iniziato a scrivere prima di Memoriale), narrazione di un esodo dalla provincia (qui Urbino) verso Roma, per interrogare i mutamenti sociali e culturali che stanno avvenendo.

Bianciardi è un sapiente interprete di questo mutamento epocale, sperimentato in prima persona, nel suo essere soggetto e cantore delle miserie e delle ricchezze del lavoratore intellettuale proletarizzato nel capitalismo oramai maturo della sedicente capitale culturale che era Milano in quegli anni, già società-fabbrica di quello spettacolo diffuso indagato di lì a pochi anni da Guy Debord. Rileggendo le pagine della trilogia bianciardiana sembra di intuire una spietata diagnosi sociologica – ma con la poesia della vera letteratura vissuta sulla propria pelle – delle trasformazioni delle forme di produzione intellettuale, tra lavoro che invade anche la nuda vita, periodi di assenza di lavoro, ricerca vana di commesse e fughe dai tafanatori-venditori-esattori di ogni cosa. Le notti insonni passate a tradurre, riscrivere, battere a macchina, comporre frasi, aggiustare periodi per ottenere quel reddito che permetta di arrivare alla fine del mese, tra i timori del licenziamento e la consapevolezza di divenire (o essere già in nuce) un «collaboratore esterno».

In Bianciardi c’è, in nuce, una sorta di autobiografia delle generazioni future di lavoratori della conoscenza: un anarco-ribelle, che prova a lasciarsi alle spalle (senza mai riuscirci del tutto) provincia e famiglia, per buttarsi a capofitto nella «vita tutta d’un fiato» della metropoli da bere – e del Bar Giamaica di Brera – centro nevralgico di follie autodistruttive e precari aneliti alla libertà, dentro e ai margini delle redazioni editoriali. Dal lavoro culturale fordista (l’intellettuale bibliotecario nella provincia toscana), al lavoro intellettuale sempre più post-fordista, flessibile, aleatorio eppure faticoso, interminabile e assai poco retribuito. Dallo sfilacciamento definitivo dei vincoli solidaristici (provinciali, amicali, operai), alla solitudine delle «fabbriche dell’infelicità» del lavoro culturale, che diverrà turbocapitalismo informatico, della net-economy in crisi e dell’economia finanziaria a venire.
E mentre al sorgere degli anni Sessanta c’era il boom economico alle porte – del quale Bianciardi mostra tutta l’ingannevolezza – dopo ci sarà solo la condanna ad un individualismo ossessivo, che porta subordinazione, incomunicabilità e risentimento. In questo incubo ricorrente dei nostri ultimi anni sono state chiuse le miriadi di soggetti titolari di forme atipiche del lavoro, senza diritti, garanzie, tutele, se non quelle dell’auto-sfruttamento e della messa al lavoro delle capacità relazionali: «schiavi della comunicazione». Sono i milioni di partite Iva che abbiamo imparato a conoscere dagli ’80-’90 e poi nell’ultimo ventennio; soprattutto, la moltitudine di borsiste, stagisti, collaboratori occasionali, continuativi, a progetto; quindi di precari-e, intermittenti del lavoro e soprattutto della retribuzione, che riempiono le redazioni televisive e giornalistiche, le biblioteche, le aule universitarie, le aziende oramai fallite della net-economy, i call center, le agenzie pubblicitarie e di grafica, le case editrici, i musei, gli studi di avvocati, architetti, etc. È il magma irriducibile da cui sorge il Quinto Stato, dopo i quartari bianciardiani. E non è un caso che Bianciardi sia stato riletto proprio a cavallo dell’ultimo ventennio del secolo, anche con l’intermediazione di un altro grande provinciale spesso isolato, Pier Vittorio Tondelli (del quale è appena ricorso il ventennale della morte), soprattutto quando ricorda il lavoro editoriale intorno ai manoscritti, tra ironia ed esasperazione.

E allora basti qui solo accennare ad alcune auto-narrazioni sul lavoro del primo decennio del secolo: l’ossessione dei call center – nuove catene di montaggio delle industrie della telecomunicazione – descritte con sarcasmo da Michela Murgia in Il mondo deve sapere (ISBN, 2006); l’incubo infinito delle mille forme di lavoro interinale, a termine, precario, narrato meravigliosamente da Giorgio Falco in Pausa Caffè (Sironi, 2004); e quello dei contratti a termine nelle fabbriche post-fordiste dell’«operaio tamagotchi» di Francesco Dezio, Nicola Rubino entra in fabbrica (Feltrinelli, 2004); quindi la poetica fuga dal lavoro salariato di Cordiali saluti di Andrea Bajani, (Einaudi, 2005). Fino ad arrivare al giovane autore che ha come nume tutelare Bianciardi, quel Flavio Santi, dello splendido Aspetta primavera, Lucky (Edizioni Socrates, 2011), che lo cita nel titolo e lo interroga lungamente: «Caro Bianciardi, tu non puoi saperlo, ma noi siamo la prima generazione di intellettuali-operai» (p. 23).

Così Bianciardi è davvero il «fratello maggiore dei precari», dell’intellettualità diffusa del Quinto Stato, anche nel tentativo di tenere insieme autonomia e indipendenza, con sicurezza e cooperazione, perché la via di uscita può essere ricercata soprattutto nella condivisione di forme di buona vita che riescano a coniugare dissipazione e progetto: delle singolarità percepite come oziose e perditempo, che invece vorrebbero declinare altri tempi e legami esistenziali; una coalizione sociale per ripensare come vivere insieme e reinterpretare la nostra storia sociale e istituzionale. Una storia d’Italia che per Bianciardi è terreno di continua re-immaginazione: dalla sua passione per Giuseppe Garibaldi espressa in Da Quarto a Torino. Breve storia della spedizione dei Mille (1960), alla sua personale antistoria del Risorgimento (Dàghela avanti un passo!) del 1969, fino a Aprire il fuoco, in cui si narra delle gloriose giornate dell’immaginaria insurrezione milanese del 1959, con la capacità da vero polemista-umorista, di riscrivere le cinque giornate di Milano del marzo 1848, trasfigurandole nel suo oggi. Un oggi che può sempre riservare una possibile rivoluzione, che dalla letteratura prenda spunto, nell’epoca dei fallimenti finanziari e dei debiti sovrani: «il primo segno della maturità operativa (ma non soltanto operativa, anche ideologica, perché dietro una scelta tattica c’è sempre una convinzione mediata) è proprio questo: se essa occupa innanzitutto le banche, gli istituti di credito cittadini, dal primo all’ultimo, essa è una rivoluzione matura».

Giuseppe Allegri

 







 
 

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